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Specificità nel metabolismo del gatto: un carnivoro stretto

18/09/2018

Il gatto è un carnivoro stretto e il suo metabolismo presenta importanti differenze rispetto a quello dei cani (e degli umani) che sono onnivori. Già negli anni ’80/’90 diversi articoli scientifici avevano posto in evidenza le specificità del metabolismo del gatto e nel 2002, D. Zoran, nel famoso “The carnivore connection to nutrition in cats” pone l’accento sull’adeguatezza nutrizionale del pet food e le possibili correlazioni tra alimentazione e alcune patologie feline (obesità, diabete, IBD, ecc.). In seguito la tematica è stata ripresa e approfondita da diversi altri autori dibattendo in particolare la quantità di carboidrati (e di grassi) presenti nel pet-food(1) che è molto maggiore di quanto il gatto ne assumerebbe in natura.
A scanso di equivoci va detto che la diffusione generalizzata del pet-food ha rappresentato un passo in avanti fondamentale per la nutrizione di cani e gatti. Non bisogna dimenticare che quando non c'erano scatolette e croccantini i gatti di casa non ricevevano altro avanzi di cucina ed erano comuni molte patologie dovute alla cattiva alimentazione (e alla denutrizione) che oggi sono scomparse.
Prima di entrare nel merito dell'alimentazione del gatto è bene specificare che allo stato non ci sono evidenze scientifiche conclusive, che in questo campo rimangono moltissimi aspetti da investigare, che i regimi alimentari alternativi presentano non trascurabili criticità e che l’unica “certezza” che sicuramente emerge è che il gatto è il gatto e non “un piccolo cane” come viene ancora a volte considerato.

Per una descrizione scolastica e semplificata del metabolismo: Metabolismo energetico: generalità

Metabolismo nel gatto

Il gatto domestico discende evolutivamente dal gatto selvatico (Felis silvestris catus) che è riconosciuto essere un carnivoro obbligato in quanto si nutre di piccoli roditori e uccelli che presentano un alto contenuto proteico, una piccola quota di grassi e una minima percentuale di carboidrati (il contenuto dello stomaco). I gatti hanno un fabbisogno di proteine quasi doppio di quello dell’uomo(2), di specifici aminoacidi (arginina, taurina, ecc.) e di altri nutrienti (vitamine A, D, del gruppo B).

Le principali, ma non le sole differenze nel metabolismo del gatto si possono sintetizzare in questi punti:

  • Il gatto presenta una limitata capacità di regolazione degli enzimi coinvolti nel catabolismo degli aminoacidi il che comporta la necessità di un maggior apporto proteico
  • ha una limitata capacità di sintetizzare taurina dagli aminoacidi solforati (metionina) il che ne rende necessaria l’assunzione con la dieta
  • ha maggiore necessità di assumere diverse vitamine (del gruppo B, D, A) sia perché le utilizza in modo più consistente, sia perché non è in grado di sintetizzarle in modo autonomo (retinolo)
  • non è in grado di convertire in modo sufficiente l’acido linoleico per soddisfare le proprie esigenze di acido arachidonico
  • presenta importanti differenze nel metabolismo dei carboidrati e nella produzione e utilizzo del glucosio
Nel seguito vengono approfonditi questi aspetti e si accenna alle principali malattie la cui patogenesi può essere correlata a fattori dietetici.

Proteine e aminoacidi

Il gatto richiede un apporto di proteine superiore di un terzo rispetto al cane e circa il doppio dell’uomo: questa differenza è ancora più marcata nei cuccioli che infatti devono essere alimentati con formulazioni specifiche e non con il normale cibo per adulti. Inoltre alcuni aminoacidi (arginina, taurina) sono essenziali nel gatto e non in altri mammiferi.
A differenza di altri mammiferi il gatto presenta una certa “rigidità” nel metabolismo dei composti azotati (fondamentalmente proteine). Mentre molti mammiferi sono in grado di adattare i processi catabolici in relazione all’apporto di proteine modulando l’attività delle aminotransferasi e degli enzimi regolatori del ciclo dell’urea, nel gatto non si registra altrettanta flessibilità(3): studi hanno dimostrato che gatti adulti alimentati con diete ad alto e basso contenuto proteico, a differenza delle specie onnivore, modulano solo minimamente l’attività delle aminotransferasi e degli enzimi del ciclo dell’urea. L’ammoniaca derivante dalla deaminazione degli aminoacidi viene sempre convertita in urea e quindi escreta invece di essere utilizzata come fonte di azoto nei processi anabolici per la sintesi degli aminoacidi. Può essere interessante notare che i valori normali di BUN nell’uomo sono di 7-20mg/dl (dati Mayo Clinic) mentre nel gatto sono circa il doppio attestandosi a 19-34 mg/dl (dati Merks Veterinary Manual); differenze analoghe anche per la creatinina.

Per il gatto, l’arginina(4) è un aminoacido essenziale la cui privazione, anche per un solo pasto (nei gatti molto giovani), provoca iperammoniemia e severa tossicità nell’arco di poche ore(5) mentre nel cane causa solo sintomi molto lievi e occasionalmente vomito. La scarsa attività di specifici enzimi presenti nel piccolo intestino limitano fortemente la sintesi dell’ornitina (che poi viene convertita in citrullina e quindi in arginina a livello renale) rendendo il gatto quasi del tutto dipendente dall’arginina assunta con la dieta. L’arginina(6) infatti viene utilizzata nel fegato per il ciclo dell’urea, per il cui corretto svolgimento risulta indispensabile. Il ciclo dell’urea, che nel gatto non viene mai sotto-regolato, provvede alla degradazione dei gruppi amminici degli aminoacidi in urea evitando la formazione di ammoniaca; inoltre l’arginina interviene nel metabolismo dei lipidi in quanto componente della apolipoproteina E.
Il digiuno prolungato è la principale causa di carenza di arginina e ornitina e spesso si associa alla comparsa di sintomi neurologici aspecifici a volte difficili da riconoscere ( es. barcollamento, scialorrea, depressione, ecc) secondari proprio all’accumulo di ammoniaca nel sangue.

Come noto, la taurina è un aminoacido la cui prolungata deficienza (diversi mesi) provoca degenerazione centrale della retina, problemi riproduttivi e cardiomiopatia dilatativa: tutte patologie che una volta instauratesi sono irreversibili e che quindi non possono essere risolte ristabilendo i livelli corretti di questo aminoacido. Il gatto, rispetto le altre specie, ha una particolare necessità di taurina in quanto, oltre a non essere in grado di sintetizzarla in quantità adeguate (gli enzimi che ne permettono la sintesi dai precursori metionina e cisteina sono scarsamente attivi), impiega solo la taurina nella coniugazione degli acidi biliari(7) mentre le altre specie utilizzano anche la glicina, aumentandone il consumo. Se consideriamo inoltre che La taurina è presente nelle proteine animali ma non in quelle vegetali e la sua biodisponibilità è limitata dai processi di lavorazione a caldo, diventa subito evidente il perché questa viene sempre supplementata nelle diete commerciali per gatti (e non in quelle per cani).

I gatti necessitano inoltre di maggiore metionina e cisteina rispetto ai cani e agli altri onnivori innanzitutto perché questi aminoacidi sono utilizzati nella gluconeogenesi che nel gatto rappresenta la principale via metabolica per ottenere glucosio e di qui, piruvato ed energia. La metionina è inoltre centrale in molte vie metaboliche necessarie per la replicazione cellulare, la sintesi dei neurotrasmettitori, dei fosfolipidi, ecc. Hanno anche importanza per la crescita del pelo e, a titolo di curiosità, come precursori di un particolare aminoacido, la felinina presente soprattutto nelle urine dei maschi interi che si suppone abbia la funzione di marcare il territorio.
Metionina e arginina, così come la taurina, sono normalmente presenti nelle proteine animali ma non in quelle vegetali.

La carnitina è un derivato aminoacido che interviene nella beta-ossidazione degli acidi grassi per la produzione di energia che viene sintetizzata nei reni (nel cane è sintetizzata nel fegato) a partire da metionina e lisina con il concorso di vitamine del gruppo B e ferro. In caso di anoressia si può sviluppare una deficienza e si è visto che una supplementazione può essere utile in presenza di lipidosi epatica e nei gatti obesi per favorire la riduzione della massa grassa(8).

Vitamine

Anche per quanto riguarda le vitamine il gatto presenta importanti specificità; basti pensare per esempio che il bisogno di cobalamina in questa specie è 5 volte più alto che nell’uomo.
L’esigenza di vitamine(9) del gruppo B (tiamina o B1, niacina o B3 o PP, piridossina o B6, cobalamina o B12, folati o B9) è più marcata che non negli onnivori ed in particolare la piridossina in quanto coinvolta nelle reazioni di transaminasi che sono costantemente attive nel gatto. Inoltre Folati, vit. B12 e piridossina fungono da cofattori nel metabolismo delle unità monocarboniose, considerato un meccanismo metabolico fondamentale per diverse reazioni tra cui la sintesi dei componenti del DNA(10). Queste vitamine idrosolubili, che sono presenti nei tessuti animali e si trovano addizionate nel pet food, non vengono immagazzinate (ad eccezione della cobalamina che viene mantenuta nel fegato) e devono essere assunte con la dieta; possono manifestarsi deficienze in presenza di anoressia, patologie gastroenteriche ed epatopancreatiche (che ne limitano l’assorbimento)(11). La deficienza di vitamina B12 e folati , a differenza dell’uomo, è raramente causa di anemia megaloblastica (nell’uomo nota come anemia perniciosa), mentre è spesso associata a disordini neurologici e gastroenterici (es. ridotta capacità di digerire i grassi).

La niacina, è un precursore della nicotinamide da cui derivano i coenzimi NAD e NADP che fungono da fondamentali trasportatori di elettroni in una grande varietà di processi biochimici (respirazione cellulare in primis). La niacina viene assunta con la dieta ma può anche essere sintetizzata a partire dal triptofano. Nel gatto la marcata attività di un enzima che agisce su un precursore fa sì che la sintesi endogena di niacina sia molto scarsa rendendo così necessario un maggiore apporto tramite la dieta (il fabbisogno nel gatto è 4 volte maggiore di quello del cane).

Il retinolo, la forma attiva della vitamina A nota come “vitamina della vista” per il ruolo importante che svolge nel mantenimento della visione tuttavia, è anche fondamentale per la corretta formazione di tessuti cutanei, muscolari e ossei. Nonostante sia presente in molti alimenti, di origine animale (es. fegato, milza, latte e uova) e vegetale (es. carota, zucca, melone), si può incorrere in un suo squilibrio se non si segue una dieta bilanciata. Infatti il gatto non è in grado di ottenere la vitamina A dal beta-carotene (presente nei vegetali) in quanto non dispone degli enzimi intestinali necessari alla conversione e al contrario un suo apporto eccessivo con la dieta (es. fegato di suini e bovini (12)) può risultare epatotossica e dare altri segni di tossicosi come nausea, dolori muscolari, dolori ossei, esoftalmo, ecc.

La vitamina D (calcitriolo), fondamentale per l’omeostasi di calcio e fosforo, deve essere anch’essa assunta con la dieta in quanto il gatto non è in grado produrla attraverso il processo di fotosintesi che avviene nella cute (manca del 7-deidrocolesterolo). La carenza di vitamina D, soprattutto nei cuccioli, è associato a diete esclusivamente a base di carne (la vit. D si trova nei pesci grassi, nel tuorlo d'uovo, e nel fegato ma è carente nelle carni) e porta ad alterazioni scheletriche, fragilità ossea e fratture spontanee, stipsi. Condizioni di ipervitaminosi sono invece più rare e si associano principalmete a intossicazioni da alcuni rodenticidi, piante o nell’ingestione di creme topiche per la psoriasi.

Comprovato quindi la necessità di una dieta varia e bilanciata, la carenza delle vitamine liposolubili (A, D, K, E) sono raramente riscontrate nei gatti che vengono nutriti con diete commerciali mentre si possono presentare in casi di disordini epatici e gastroenterici o prolungata anoressia.

Carboidrati e glucosio

Il glucosio costituisce una fonte di energia essenziale per cervello(13), eritrociti, gonadi, alcuni dei tessuti che compongono reni e occhi; inoltre è necessario per la sintesi degli acidi nucleici (ribosio) e di alcuni aminoacidi.
I carboidrati, “classica” fonte di glucosio, sono sostanze ampiamente presenti nei vegetali (frumento, riso, patate, ecc.) e possono avere una struttura semplice e altamente digeribile in quanto non richiedono o richiedono parzialmente una digestione enzimatica (glucosio, fruttosio sono dei monosaccaridi, lattosio, maltosio, ecc. sono dei disaccaridi) oppure possono presentarsi come molecole molto complesse e in quel caso vengono definiti polisaccaridi tra cui troviamo gli amidi e le fibre (anche il glicogeno è un polisaccaride presente come riserva di zuccheri nei tessuti animali ma non nella carne(14)). Le fibre non vengono digerite e vanno incontro a fermentazione nel grande intestino: processo scarsamente presente nel gatto per via della limitata lunghezza dell’intestino.

Nel gatto, la digestione e l’assorbimento degli amidi presenta delle differenze rispetto alle altre specie. L’amilasi salivare che inizia la demolizione degli amidi, è quasi del tutto assente e la stessa alfa-amilasi pancreatica ha un’attività inferiore a quella di altre specie. La lunghezza del piccolo intestino, inferiore rispetto agli onnivori, farebbe supporre una limitata capacità di assorbimento dei monosaccaridi ma ciò è almeno in parte compensato dalla maggiore estensione della superficie delle mucose. Infine, secondo alcuni studi, si ipotizza che il gatto, a differenza delle specie onnivore, non adegua il trasporto del glucosio in relazione all’apporto di carboidrati. In base ai dati di uno studio(15) si è visto che l’apporto di carboidrati ha effetti postprandiali sui livelli di insulina e glucosio ematico meno pronunciati di quanto non si registri in altre specie e ciò si può spiegare come conseguenza dei più lunghi processi digestivi e di assorbimento che ne ritardano e diluiscono nel tempo gli effetti. Questo può essere tradotto come una bassa tolleranza ai carboidrati e iperglicemie prolungate dopo pasti che ne sono particolarmente ricchi.

Nel metabolismo dei glucidi, una prima importante differenza riguarda l’assenza dell’azione della glucochinasi(16)) negli epatociti dei felini che è l’enzima che permette la trasformazione del glucosio in glucosio-6-fosfato, il primo step della glicolisi, che poi viene ulteriormente modificato e immagazzinato come glicogeno. Si ipotizza che l’assenza di espressione del gene per la glucochinasi sia in qualche modo compensato dall’azione di altre esochinasi. Rispetto al cane, il gatto presenta una maggiore espressione degli enzimi coinvolti in altre vie ossidative del glucosio (glicolisi, via del pentosio-fosfato, glicolisi anaerobica); inoltre il contenuto di glicogeno nel fegato dei gatti, a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, è analogo a quello del cane e dell’uomo (5%) e si suppone derivi da altre vie metaboliche.
È interessante notare che la domanda di glucosio del cervello del gatto è molto alta (il 30% contro il 44% dell’uomo che ha un cervello molto più grande) e non potrebbe essere soddisfatta dal minimo apporto di carboidrati derivanti da una dieta naturale per cui si deve supporre uso shift degli aminoacidi verso la gluconeogenesi(17). In altri termini le necessità proteiche del gatto non sono tanto un “per sé” quanto necessarie per soddisfare il bisogno di glucosio.

Studi recenti sulla nutrizione(18) hanno messo in evidenza che i gatti, quando hanno la possibilità di scelta, sono in grado di regolare l’apporto di macronutrienti (proteine, carboidrati, grassi) e che il profilo scelto si avvicina a quello tipico del gatto selvatico(19). Sapore (da notare che i gatti non riconoscono il dolce (20)), tipo di preparazione e aroma hanno sicuramente influenza nelle preferenze per i diversi cibi ma si è visto che sul lungo termine il gatto tende a consumare cibi che gli forniscono un corretto apporto di nutrienti. Questi studi hanno anche evidenziato la tendenza a consumare più cibo ad alto contenuto di grassi per compensarne uno con scarso apporto proteico; inoltre si è visto che vi è un limite nell’assunzione di carboidrati che scoraggia l’ulteriore assunzione di cibo: in altri termini se il contenuto di carboidrati è troppo alto il gatto non assume ulteriore cibo in funzione compensatoria ma va incontro a deficit di proteine e grassi.

Lipidi

I lipidi sono una fonte di energia molto importante e concentrata e che può essere immagazzinata; inoltre i lipidi sono importanti per l’appetibilità del cibo (fattore per nulla trascurabile). In una dieta carnea i grassi sono sempre presenti compresi l’acido linoleico e alfa-linoleico (precursori degli omega-3 omega-6 e presente negli oli vegetali) e l’acido arachidonico (presente nei tessuti animali) che il gatto, a differenza di altre specie non è in grado di sintetizzare autonomamente per la mancanza di un particolare enzima epatico (delta-6-desaturasi).
L’acido arachidonico, in quanto precursore delle prostaglandine, leucotrieni e trombossani è quindi da considerare come essenziale. Va comunque segnalato che recenti ricerche(21) hanno individuato altre vie per la sintesi dell’acido arachidonico che però da sole non permettono la formazione di riserve sufficienti.

Pet food e diete “alternative”

La produzione del pet food, in particolare per il secco ma anche per molte preparazioni umide (tocchetti in gelatina, ecc.), richiede una certa quantità di carboidrati per sia per i processi di estrusione che per la stabilità del prodotto finito. Le correnti linee guida nutrizionali(22) sono basate sul minimo apporto dei diversi nutrienti e non su quello ottimale anche perché non è certo semplice definire e misurare parametri come salute e longevità.
Ad oggi si sa molto, ma molto resta da studiare circa il metabolismo dei gatti: si sa che hanno esigenze nutrizionali specifiche, che determinate carenze hanno effetti anche molto gravi, ma non ci sono evidenze scientifiche certe che le diete commerciali di mantenimento, bilanciate e complete, possano essere causa di determinate patologie quali obesità e diabete ed altre.

Esistono le cosiddette diete “alternative”(23): a base di carne cruda, cucinate in casa, vegetariane e vegane che hanno avuto una relativa diffusione negli ultimi decenni. Si tratta di soluzioni ispirate dalla generica esigenza di una dieta più “sana/naturale” (assenza di conservanti, additivi, possibili contaminazioni da metalli pesanti, ecc.) a quelle di una maggiore “compliance” con le scelte etiche dei proprietari. Tra i potenziali rischi concreti si ricordano: possibili contaminazione batteriche/parassitarie (es. toxoplasma) nelle diete a base di carne cruda, inadeguata presenza di minerali/vitamine e sbilanciamento nelle diete casalinghe, inadeguata presenza di tutti aminoacidi necessari ed altri nutrienti nelle diete a base vegetale (specie per i gatti). Da notare poi che le diete a base di sola carne, oltre ad essere potenzialmente sbilanciate in termini di vitamine e minerali, presentano anche il rischio di avere un contenuto troppo alto di proteine e fosfati, cosa, che diversi studi, anche in medicina umana, hanno indicato come fattore predisponente per l’insufficienza renale: in uno studio retrospettivo questo si è dimostrato vero anche per cani e gatti(24).
Va infine ricordato che per l’alimentazione dei cuccioli è bene ricorrere a diete specifiche in quanto i piccoli (come gli umani) hanno esigenze nutrizionali diverse e più stringenti che non per l’adulto. Inoltre è fortemente consigliabile (e in certi casi indispensabile) utilizzare diete specifiche in presenza di patologie quali insufficienza renale, diabete, pancreatiti ecc. Ad oggi il mercato alimentare dei pet-food è in continua espansione ed esistono già diete formulate per far fronte anche alle condizioni patologiche. Per chi vuole avventurarsi nelle diete casalinghe, o diete miste (cibo commerciale e cibo casalingo), o per accertate ipersensibilità allergie, specie per i gatti, è sempre consigliabile/necessario il supporto del medico veterinario nutrizionista.

Patologie correlabili all’alimentazione

Nel seguito si esaminano le malattie la cui patogenesi può essere in qualche modo correlata con l’alimentazione.

Obesità

Si tratta di una condizione piuttosto diffusa nei gatti di casa dei paesi industrializzati e rappresenta un fattore predisponente per diverse patologie quali diabete mellito, disturbi delle base vie urinarie (urolitiasi), osteoartriti, disordini metabolici e lipidosi epatica.
L’obesità si instaura quando un bilancio energetico positivo (maggior apporto di calorie rispetto a quanto se ne consuma) porta alla deposizione di grasso e al conseguente aumento ponderale. Sebbene i fattori alimentari (cibi molto energetici, croccantini, accesso illimitato al cibo, consumo di “bocconcini” appetitosi, ecc.) siano riconosciuti come fattore di rischio non vanno trascurati altri aspetti quali lo stile di vita (indoor/outdoor, vita solitaria/inattività) o la sterilizzazione. In generale, quando l’accesso al cibo non è controllato, le diete umide sono preferibili al secco (specie quello “premium” ad alto contenuto calorico) in quanto tendono a dare maggiore sazietà (e quindi ridurre l’apporto calorico).
L’eccesso di carboidrati presente nelle diete commerciali, specie negli alimenti secchi, è considerato da diversi autori(25) come “indiziato” per l’obesità anche se altri studi hanno evidenziato il preminente ruolo dei grassi rispetto ai carboidrati nell’indurre l’aumento di peso. I grassi, oltre al maggior contenuto energetico, hanno la caratteristica di conferire maggiore appetibilità al cibo cosa che favorisce un eccesso di consumo.

Diabete mellito

Il diabete mellito è una grave patologia cronica caratterizzata dall’elevata concentrazione di glucosio nel sangue (iperglicemia) che porta a patologie quali la nefropatia diabetica (che causa insufficienza renale), malattie cardiovascolari e circolatorie, neuropatie, retinopatie, ecc. In generale esistono due forme principali di diabete mellito: quello di tipo I, , caratterizzata per una mancata produzione di insulina e il diabete di tipo II, comune nel gatto, e caratterizzato dal fatto che l’insulina viene prodotta ma le cellule non riescono ad utilizzarla; si parla in questo caso di insulino-resistenza.
. In parole più semplici l'insulina prodotta non si lega ai recettori e porta così all'iperglicemia. Il pancreas risponde producendo più insulina (iperinsulinemia), che però ancora l'organismo non è in grado di utilizzare; questo fino all' esaurimento delle stesse cellule Beta del pancreas. Il pancreas alla lunga smette quindi di produrre l’ormone e si instaura il diabete. Questo tipo di diabete può essere reversibile: individuando ed eliminando le cause che inducono l'insulino-resistenza dei recettori (es. Cushing, feocromocitoma, ecc.), questi diventano infatti nuovamente sensibili all'ormone. Non in tutti i gatti il diabete però è reversibile. Se infatti la terapia insulinica viene intrapresa troppo tardivamente, la alterazioni che colpiscono le cellule Beta possono diventare irreversibili.
La terapia ha l’obiettivo di controllare la progressione della malattia ed evitare/ritardare l’insorgenza delle complicanze (es. neuropatie, retinopatie, cistiti) e consiste in un controllo stretto dell’alimentazione e/o nella somministrazione di insulina.

Come in umana, il rischio di sviluppare il diabete nel gatto è legato all’obesità ed in particolare è sotto osservazione l’apporto di carboidrati(26): un’ipotesi è che l’eccessiva domanda di insulina conseguente all’apporto di carboidrati provochi un “sovraccarico” delle cellule beta del pancreas con possibile deposizione di amiloide e perdita di funzionalità delle stesse. Anche i farmaci inoltre possono indurre insulino-resistenza e predisporre al diabete, per esempio il prolungato uso di corticosteroidi nel gatto, in particolare desametasone, proprio per la loro azione iperglicemizzante(27).

Il gatto rilascia insulina in risposta alla somministrazione intravenosa di glucosio in modo molto rapido e ritorna a livelli basali in tempi più lunghi rispetto ad altre specie (2-3 volte più lentamente che nell’uomo). Si è anche visto che l’induzione di iperglicemia (per via endovenosa, quindi escludendo l’effetto delle incretine) causa un danneggiamento delle cellule beta pancreatiche, con minor produzione di insulina e induzione di chetoacidosi diabetica(28)).
In merito alla risposta insulinica alla dieta esistono diversi studi che segnalano differenze in relazione al tipo di carboidrati assunti: maggiore con zuccheri semplici, minore con carboidrati complessi (amidi e fibre) quali quelli presenti normalmente nel pet food e ancora differenze relative al tipo di ingredienti (grano, riso, piselli, ecc.)(29). A sostegno delle ricerche che evidenziano/ipotizzano un fattore di rischio nell’eccessivo apporto di carboidrati nello sviluppo del diabete mellito nel gatto, si può citare che l’impiego di diete commerciali specifiche caratterizzate da un basso tenore di carboidrati è considerato necessario nel controllo della malattia, oltre ovviamente agli specifici interventi farmacologici.

Lipidosi epatica

La lipidosi/steatosi epatica(30) è una condizione patologica relativamente comune nei gatti, specialmente se obesi o diabetici non controllati, in condizioni di stress e in corso di prolungata anoressia (4-5 giorni di digiuno) che consiste nell’accumulo di lipidi nel fegato con conseguenti disordini epatobiliari e tassi di mortalità elevati se non trattati tempestivamente. Alla base del successo medico vi è il controllo della dieta e l’interruzione del digiuno (tramite alimentazione forzata e controllata o, se necessario, tramite applicazione di un sondino esofageo o alimentazione parenterale) per revertire lo stato catabolico.
La patogenesi della lipidosi epatica felina non è del tutto chiara anche se probabilmente sono coinvolti gli specifici meccanismi metabolici dei gatti per quanto riguarda proteine e grassi. In particolare si crea uno sbilanciamento tra la mobilitazione del grasso presente nei tessuti che viene convogliato al fegato e trasformato in trigliceridi, l’utilizzo dei grassi nel processo di beta-ossidazione per la produzione di energia e la lipogenesi. Processi che hanno attinenza con il digiuno prolungato, insulino-resistenza, impiego di diete non equilibrate (povere di proteine o ricche di carboidrati) che comportano deficienze in aminoacidi e acidi grassi essenziali, l-carnitina e vitamine del gruppo B.
L’obesità è un fattore predisponente ma diversi studi hanno evidenziato come il fattore principale che porta allo sviluppo della lipidosi epatica sia la prolungata anoressia. Durante il digiuno infatti, il rilascio di catecolamine e cortisolo stimolano la lipolisi periferica con conseguente innalzamento dei acidi grassi liberi nel sangue, normalmente inibita dall’insulina quando l’animale è correttamente alimentato: la risposta insulinica, anche nei gatti sani, diventa insufficiente in caso di forte restrizione calorica con conseguente perdita di peso e sviluppo di lipidosi epatica. Nel gatto la sintesi degli acidi grassi avviene in misura maggiore negli adipociti che non nel fegato(31) usando come precursore l’acetato prodotto dall’incompleta beta-ossidazione (chetogenesi) piuttosto che il glucosio.

Ricapitolando: periodi di digiuno prolungati, per qualunque ragione, possono provocare la lipidosi epatica. La sovralimentazione può condurre all’obesità che è un fattore predisponente e comporta un insorgenza più rapida e grave della lipidosi in corso di anoressia prolungata, così come una dieta troppo povera di proteine e ricca di carboidrati.

IBD (sindrome infiammatoria intestinale)

L’IBD è una patologia infiammatoria cronica dell’intestino(32) spesso di natura idiopatica (cioè la cui causa scatenante rimane sconosciuta). Alla base della malattia si ipotizza vi sia una reazione aberrante ed abnorme del sistema immunitario contro vari antigeni (es. gli stessi batteri intestinali, parassiti intestinali, antigeni alimentari, neoplasia ecc) ed infine contro l’intestino stesso. Può coinvolgere qualunque porzione del tratto gastroenterico, ma più frequentemente l’IBD colpisce il piccolo intestino e, in base alla popolazione cellulare infiltrante dominante, si parla di forme linfoplasmacellulari, linfocitiche, neutrofiliche ed eosinofiliche. Alla base della malattia oltre che l’esposizione ai fattori ambientali si aggiunge anche una predisposizione genetica dell’individuo; questo spiega perché colpisce maggiormente determinate razze rispetto ad altre, soprattutto nel cane. . I sintomi includono vomito, diarrea, malassorbimento, perdita di peso e possono essere associati ad altri processi infiammatori a carico di pancreas e fegato (triadite). La diagnosi definitiva, escludendo le cause più banali (parassitarie, infettive, ecc.), si ha con la biopsia che permette di valutare grado e severità del processo infiammatorio ed escludere cause neoplastiche (es. linfoma). È stato ipotizzato, ma allo stato non ci sono evidenze certe, che diete con un’alta percentuale di carboidrati possano modificare il microbioma favorendo la crescita di batteri dannosi e a questo proposito di ritiene utile la somministrazione di probiotici(33).

Reazioni avverse al cibo: allergie e intolleranze

Allergie e intolleranze alimentari(34)) non sono assolutamente sinonimi: sia per quanto riguarda la severità dei sintomi che per l’eziopatogenesi: le allergie sono immunomediate mentre le intolleranze no.
L’intolleranza a certe componenti del cibo, detta anche ipersensibilità non-IgE mediata, è data dalla difficoltà a digerire/assorbire certe sostanze per cause diverse senza coinvolgimento del sistema immunitario. Ad esempio possono esserci intolleranze verso certi tipi di carboidrati o loro componenti dovute alla carenza di enzimi coinvolti nei processi digestivi e di trasporto; verso componenti e additivi nei cibi (salicinati, solfiti, coloranti, ecc.); a volte sintomi simili all’intolleranza alimentare possono essere dovuti a cause molto diverse quali infezioni batteriche o virali, parassitosi, neoplasie, pancreatiti, diverticoli intestinali, ecc. I sintomi, ritardati rispetto all’ingestione e non di particolare gravità, sono generalmente di tipo gastroenterico quali vomito, diarrea/costipazione, dolori di stomaco e addominali. I sintomi dell’intolleranza alimentare possono essere confusi con IDB o possono evolvere in IBD se non riconosciuti.

Le reazioni allergiche al cibo causano sintomi solo in parte sovrapponibili con l’intolleranza: in genere compaiono immediatamente, sono di maggiore severità, coinvolgono non solo il sistema digerente ma anche il sistema respiratorio, il sistema nervoso, la cute. Nei casi più gravi una reazione allergica può portare allo shock anafilattico che spesso è letale.
Le reazioni allergiche (al cibo come alle punture di insetti, ecc.) derivano da una risposta aberrante del sistema immunitario verso una sostanza erroneamente riconosciuta come patogena e possono insorgere in occasione dell’assunzione di un cibo già assunto in precedenza. Cani e gatti possono andare incontro ad allergie e intolleranze: la diagnosi non è affatto semplice e il trattamento comporta necessariamente l’eliminazione di quel cibo dalla dieta(35)(49)

Denti e malattie parodontali

Le malattie parodontali sono molto diffuse nel gatto, causano dolore, sanguinamento gengivale, difficoltà a nutrirsi e possono avere implicazioni sistemiche(36). Da uno studio sul microbioma orale dei gatti(37) si sono viste significative differenze nella composizione e diversificazione dei batteri presenti in conseguenza del tipo di alimentazione (secco e umido) sebbene non siano emersi elementi sufficienti per stabilire quale tipo di dieta sia preferibile. L’influenza della dieta nello sviluppo delle malattie parodontali è studiata anche in umana dove si riconosce un ruolo dei carboidrati fermentabili nello sviluppo di patologie dentali(38) specialmente nelle carie che però sono poco comuni nei gatti e dovute soprattutto agli zuccheri (mentre nel pet food sono presenti soprattutto amidi). Va sottolineato che alla salute dentale contribuiscono anche minerali (calcio e fosforo in particolare) e vitamine e che esistono cibi specificatamente studiati per contenere la formazione della placca che è un fattore della progressione delle malattie parodontali. Non ci sono convincenti dimostrazioni che il consumo di cibo secco riduca/rallenti la formazione della placca(39). Per quanto riguarda la gengivostomatite cronica, la cui eziologia rimane al momento incerta e presumibilmente multifattoriale, va segnalata la rilevanza di infezioni virali quali il FCV(40).

FLUTD, cistite idiopatica felina (FIC), urolitiasi

FLUTD sta per Feline Lower Urinary Tract Disease e comprende una serie di patologie che interessano le basse vie urinarie (vescica, uretra e ureteri) a eziologie diversa (infiammatoria, infettiva, ostruttiva) ma più frequentemente di natura idiopatica (FIC). Le FLUTD spesso possono essere ricorrenti, anche a distanza di mesi o anni, e comportare conseguenze anche gravi se si ripercuotono sui reni come per esempio idronefrosi o pielonefrite.
Nel gatto la FLUTD interessa soprattutto gatti maschi castrati, giovani/di mezza età. Una recente ipotesi suggerisce che la cistite idiopatica felina (FIC)(41) possa originare da alterazioni del sistema nervoso ed endocrino del gatto e dall’incapacità di sopportare gli stress ambientali: lo stress cronico, rehoming, conflitti con altri gatti ecc. Le forme ostruttive sono le seconde per frequenza, possono originare da spasmi uretrali dovute a stress e infiammazione o per la presenza di uroliti o tappi uretrali (plugs); in presenza di ostruzione l’intervento deve essere assolutamente tempestivo. Al contrario, le cistiti batteriche sono considerate poco frequenti e spesso associate a cause predisponenti come urolitiasi, diabete, gatti incontinenti o con vescica neurologica, ecc.
I sintomi si caratterizzano per disturbi della minzione: rifiuto della lettiera, dolore alla minzione (stranguria), minzioni piccole ma frequenti (pollachiuria) e spesso con sangue (ematuria). A questi si associano spesso sintomi aspecifici come riduzione dell’appetito, aumento della sete, tendenza a nascondersi, ecc. Un aspetto della terapia consiste in un cambio graduale ad una dieta con cibo umido per favorire la formazione di urine più diluite (con peso specifico più basso) e ridurre la cristalluria (presenza di piccoli cristalli nelle urine) e l’urolitiasi(42) cioè presenza di calcoli urinari veri e propri (nel gatto sono comuni quelli di struvite). La terapia può essere medica (tra cui specifiche formulazioni dietetiche) e/o chirurgica (di urgenza in presenza di ostruzione). La composizione della dieta (proteine, grassi, minerali), in quanto influenza la concentrazione delle urine, il pH, ecc. può minimizzare o favorire lo sviluppo di particolari tipi di uroliti(43).

Ipertiroidismo

L’ipertiroidismo(44) è il disturbo endocrino più comune del gatto, interessa soprattutto gli animali anziani e si caratterizza per un eccessiva produzione degli ormoni tiroidei (T3 e T4) i quali hanno importanti funzioni di controllo del metabolismo, di stimolo dei processi anabolici e della differenziazione cellulare; valori eccessivi degli ormoni tiroidei causa una “attivazione” di tutto l’organismo e quindi il coinvolgimento di più organi. Valori ormonali molto alti sono infatti causa di alterazioni come l’aumento della pressione sistemica, tachicardia, aumento del metabolismo basale, insulino-resistenza che spesso portano all’insorgenza di patologie cardiache, renali e aumento della temperatura corporea o predispongono al diabete. I sintomi più evidenti sono la perdita di peso e della massa muscolare nonostante i gatti mostrino un aumentato appetito, le alterazioni del comportamento (aggressività, irrequietezza, iperattività o meno frequentemente apatia), vomito e diarrea, sete e urinazione aumentata.
L’ipertiroidismo nella maggioranza dei casi è secondario a tumori benigni della ghiandola tiroidea e solo una piccola percentuali di gatti sviluppa la malattia a causa di tumori maligni.
Vi sono diversi studi riguardo ai fattori alimentari predisponenti all'ipertiroidismo che pongono l'acccento sulle scatolette del petfood ed in particolare in alcuni materiali di rivestimento utilizzato(45), in vari contaminanti ambientali, negli isoflavoni della soia che viene usata nel pet-food, la presenza variabile/eccessiva di iodio(46), ecc. Va però tenuto presente che sono studi che presentano possibili associazioni in chiave retrospettiva (con elementi di bias quali interviste ai proprietari e altri) e non studi prospettici che valutano l'esposizione ad un determinato composto: si tratta quindi di congetture (sebbene riportate da diversi fonti) e non di fatti dimostrati.
Da un punto di vista terapeutico si hanno a disposizione quattro possibilità di approccio medico, da utilizzare individualmente o in combinazione: la terapia medica con farmaci che bloccano la sintesi degli ormoni tiroidei (es. metimazolo), l’impiego di una dieta specifica, la radio terapia e l'asportazione chirurgica della tiroide.

Per quanto riguarda la dieta dei gatti ipertiroidei, una fonte autorevole(47) ricorda l'importanza di una alimentazione con alto contenuto proteico e povera di carboidrati (anche in presenza di concorrenti nefropatie croniche negli stadi iniziali). Riguardo alle diete a dasso contenuto di iodio (Hill's y/d) queste effettivamente costituiscono un'opzione quando per varie ragioni non sono perseguibili altri trattamenti, anche se nel documento sopra citato, si segnalano delle controindicazioni.

Diete specifiche per età, condizione e patologia

In qualunque negozio di prodotti per animali si possono trovare decine formulazioni diverse: da quelle per cuccioli, gatti anziani, indoor/outdoor, neutered, persian, short hair, ecc. a quelle indicate per una specifica patologia: renale, urinaria, metabolica, ecc. È ragionevole sospettare che questa forse eccessiva proliferazione di prodotti sia dettata da esigenze di marketing ma tuttavia non bisogna dimenticare che i gattini hanno esigenze nutrizionali diverse da quelle di un gatto adulto e che una normale dieta di mantenimento non è la più indicata per un gatto anziano(48) che richiede invece una dieta altamente digeribile e ricca di proteine (simile a quella dei gattini).
Altrettanto importante è ricordare come una dieta specifica sia parte del trattamento medico come ad esempio nel caso del diabete, delle patologie renali e urinarie, o rappresenti la cura in sé nei casi di ipersensibilità/allergie(49).

Fonti principali:

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