Questi non sono affatto patogeni...

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Funghi patogeni

15/12/2017

I funghi sono una importante causa di infezione nei gatti (specialmente ma non solo nei cuccioli e nei soggetti immunocompromessi) e in alcuni casi con un significativo potenziale zoonotico. I funghi sono causa di infezioni cutanee (dermatofitosi) o sistemiche che colpiscono gli organi interni (polmoni, naso, sistema nervoso, ecc.); alcune di queste patologie, che vanno sempre trattate, hanno normalmente un decorso benigno mentre altre sono più problematiche, richiedono trattamenti lunghi e la prognosi non è sempre favorevole. In questo articolo di tratta dei funghi in generale, dei farmaci disponibili per contrastarle e delle principali malattie fungine che colpiscono i gatti.
Ovviamente parliamo dei funghi microscopici patogeni e non dei funghi macroscopici, eduli o velenosi.

Questa pagina ha valore esclusivamente informativo e divulgativo; le informazioni riportate non devono essere intese come consigli medici.

Caratteristiche generali dei funghi

I funghi, secondo le più recenti classificazioni costituiscono un regno a parte che conta oltre 250.000 specie (di cui solo alcune centinaia patogene per l’uomo, gli animali e le piante) e presentano caratteristiche uniche tra gli organismi viventi. A differenza delle piante che sono autotrofe(1) i funghi sono organismi eterotrofi, hanno cioè bisogno di assorbire sostanze organiche prodotte da altri organismi che nel caso dei funghi sono il prodotto del decadimento di altri organismi vegetali o derivano dalla relazione commensale/parassitaria con l’ospite animale o vegetale.

I funghi sono organismi ubiquitari (presenti nel suolo e nell'acqua), eucarioti, aerobi obbligati o facoltativi, unicellulari (lieviti) o pluricellulari (ifomiceti o muffe) di dimensioni solitamente superiori a quelle dei batteri ma inferiori a quelle di una cellula animale o umana e non sono dotati di motilità propria. Presentano una parete cellulare rigida caratterizzata dalla presenza di mannani, glucani e chitina (la stessa sostanza che si trova nell’esoscheletro degli artropodi) di diversa composizione e struttura rispetto ai batteri. La membrana citoplasmatica (una membrana interna sottostante la parete cellulare) è ricca di ergosterolo, un composto simile e funzionalmente analogo al colesterolo che è bersaglio di alcuni farmaci antifungini.

Ife fungine sotto un tronco (immagine tratta da Wikipedia)

C. albicans in forma di lievito (sx) e filamentosa (dx) (immagine tratta da fgu.cas.cz)

La morfologia del tallo o micelio fungino delle muffe è organizzato in una massa di strutture filamentose dette ife immerse in un substrato organico da cui traggono nutrimento (micelio vegetativo) e in una parte aerea (micelio riproduttivo). Le ife possono essere non settate (cenocitiche, cioè i nuclei cellulari sono liberi nel citoplasma) o settate, cioè le diverse cellule sono parzialmente separate da un setto semipermeabile.

Molte specie fungine sono dimorfiche, cioè esprimono la capacità di cambiare la propria morfologia da muffe a lieviti per adattarsi a condizioni ambientali diverse ed in particolar modo per rispondere a variazioni di temperatura. Tipicamente, i funghi che in natura hanno la forma filamentosa assumono quella di lievito per adattarsi a vivere in ospite animale (37 ℃).

La riproduzione delle muffe, o funghi filamentosi, è caratterizzata da una fase sessuata (più rara) e da una asessuata che si possono alternare, essere entrambe presenti o escludersi a vicenda a seconda delle specie e delle condizioni ambientali: resta comunque ancora molto da studiare e in molti casi l’identificazione della fase sessuata e asessuata può condurre a significativi errori di classificazione. La riproduzione sessuata è sempre mediata da spore aploidi(2) mentre quella asessuata, tipica dei lieviti, avviene attraverso un processo mitotico di gemmazione che dà origine ad una nuova cellula o alla formazione di pseudoife (più cellule collegate tra loro).

I funghi possono danneggiare la salute, umana ed animale, attraverso meccanismi diversi:

  • Possono indurre reazioni da ipersensibilità e quindi allergie(3) per inalazione o ingestione (probabilmente anche negli animali sebbene al momento esistano scarse conoscenze e possibilità di diagnosi).
  • Micotossicosi: una forma di avvelenamento dovuto all’ingestione di alimenti contaminati dalle tossine prodotte da alcune specie di funghi: in particolare aflatossine (epatotossiche) e ocratossine (nefrotossiche). Le contaminazioni da queste sostanze sono regolamentate sia per gli alimenti ad uso umano che nel petfood.
  • Micetismo: avvelenamento dovuto all’ingestione di funghi tossici.
  • Micosi: possono essere superficiali e interessare la cute e/o il sottocute oppure profonde (o sistemiche) e coinvolgere vari organi interni. Molte micosi sono dette opportunistiche in quanto colpiscono principalmente soggetti immunocompromessi.

Un elemento fondamentale della patogenesi fungina è il già citato dimorfismo: ossia la capacità di molti funghi di cambiare la propria morfologia da muffa a lievito per adattarsi alla temperatura corporea (nel caso di Candida albicans si ha il passaggio opposto da lievito a una forma patogena ifale). I funghi dispongono di diversi altri meccanismi per sfuggire alle difese dell’ospite tra cui ricordiamo la capacità di attaccare la cute da parte dei dermatofiti e di diversi meccanismi che impediscono la fagocitosi da parte delle cellule immunitarie.

Con relativamente rare eccezioni i funghi sono patogeni opportunisti, diventano cioè patogeni in soggetti con un sistema immunitario deficitario e molte infezioni fungine hanno un potenziale zoonotico: sono cioè in grado di contagiare un essere umano (specie se si tratta di bambini, anziani o persone immunocompromesse).
Fonti principali

Diagnosi e farmaci antimicotici

Le infezioni fungine possono interessare cute e sottocute o avere carattere sistemico: in entrambi i casi servono tecniche diagnostiche adeguate e terapie spesso prolungate (dai 2 mesi per le dermatofitosi ai 6 mesi ed oltre per molte infezioni sistemiche) con farmaci non privi di importanti effetti collaterali. Per la diagnosi delle micosi superficiali esistono metodi di screening che però devono essere confermati con la raccolta di campioni di pelo o cute posti in terreno di coltura.
Per quanto riguarda le micosi profonde la diagnosi è più complessa in quanto è necessario prelevare un campione dal sito dell’infezione (naso, polmone, liquido cerebrospinale, ecc.) individuato in base ai sintomi e/o alle lesioni presenti per poi sottoporlo a citologia/istologia, PCR o ricerca antigenica per l’identificazione del patogeno. Le lesioni ed i sintomi di una micosi sistemica non sono quasi mai patognomoniche e pertanto non possono essere trattate in base alla sola diagnosi presuntiva.

L’armamentario terapeutico nel trattamento delle micosi è relativamente limitato e si compone di alcune classi di farmaci ad uso sistemico e di formulazioni topiche che vengono usate, generalmente non da sole, nelle micosi superficiali.
Un primo elemento non dimenticare è che le terapie antimicotiche vanno prolungate ben oltre la scomparsa dei sintomi e terminate solo quando un successivo esame (coltura o altro) non dimostra la completa rimozione del patogeno. Questo perché l’azione di gran parte dei farmaci disponibili è fungistatica e non fungicida (molti sono fungicidi in vitro ma non in vivo) e quindi la risoluzione dell’infezione è legata alla risposta immunitaria del paziente; inoltre in queste infezione c'è sempre il concreto rischio di recidiva. Da tenere poi presente che i farmaci antimicotici, specie quelli sistemici, hanno dei significativi profili di tossicità e quindi si rende necessario un monitoraggio del paziente (esami ematochimici, ecc.) nel corso della terapia.

Nel seguito una sintetica descrizione delle principali molecole antifungine

Macrolidi polienici (Amfotericina B)

L’amfotericina B (AMB nel seguito) è il principale principio attivo di questa classe. Si tratta di un antibiotico (isolato da Streptomyces nodosus, un batterio che si trova nel suolo) che agisce legando preferibilmente l’ergosterolo (che è un componente della parete cellulare dei lieviti analogo al colesterolo delle cellule di mammifero) e provocando dei canali nella cellula fungina che causano la perdita di elettroliti e nutrienti. Ad alte concentrazioni l’AMB ha attività fungicida; secondo alcuni studi(1) l’AMB ha anche effetti immunomodulatori.
A causa dello scarso assorbimento della molecola da parte del tratto GI il farmaco viene somministrato generalmente per via endovenosa (e può dare reazioni). L’AMB presenta importanti effetti tossici, soprattutto a carico dei reni, per cui l'utilizzo è solo ospedaliero e deve prevedere controlli accurati della funzionalità renale. Esiste una formulazione liposomiale in cui la molecola è legata a dei composti lipidici (Ambisome ®) che ne riduce la nefrotossicità(1b)e presenta una maggiore penetrazione nel CNS; rimane un farmaco d’elezione nelle infezioni fungine potenzialmente letali ma il prodotto ha un prezzo decisamente elevato per l’uso veterinario. A volte AMB viene usata in associazione con la flucitosina.
AMB è un antimicotico ad ampio spettro attivo contro lieviti (es. Cryptococcus neoformans) e funghi dimorfici (es. Histoplasma capsulatum) per cui rappresenta la prima indicazione in forme rapidamente progressive e/o disseminate; alcuni azoli (itraconazolo, fluconazolo, ecc.) ad uso orale vengono usati come alternativa nelle micosi sistemiche senza complicazioni.
Altri farmaci di questa classe sono la nistatina (Mycostatin ®, usato per la Candida) e la natamicina (Natafucin ®, micosi cutanee).

Derivati degli azoli (imidazoli e triazoli)

I derivati azolici, inizialmente studiati come antielmintici, antiprotozoari e contro alcune specie batteriche Gram+, sono tra i più diffusi farmaci antimicotici e si distinguono in imidazoli (es. econazolo, ketoconazolo, ecc.) e in triazoli di prima (es. itraconazolo, fluconazolo) e seconda generazione (es. voriconazolo, posaconazolo). Gli azoli agiscono bloccando un enzima coinvolto nella sintesi dell’ergosterolo (agisce a livello di citocromo P450 bloccando la conversione del lanosterolo in ergosterolo) ed hanno quindi un effetto funzionalmente simile a quello dell’AMB ma presentano minore tossicità, inoltre sono di più semplice utilizzo in quanto vengono somministrati per via orale o topica (enilconazolo). Il principio attivo più diffuso per le infezioni fungine che non interessano il SNC è l’itraconazolo (ITZ nel seguito), disponibile in formulazione veterinaria (Itrafungol®) che presenta una tossicità limitata (anche se vanno monitorati i parametri epatici ed è consigliabile la somministrazione in concomitanza dei pasti) e può essere utilizzato anche in presenza di disfunzioni renali; inoltre, a differenza di altri azoli quali il ketoconazolo (KTZ) ha un minimo effetto sul metabolismo degli ormoni steroidei. Da ricordare che l’itraconazolo e altri azoli hanno importanti interazioni con altri farmaci tra cui antipertensivi (amlodipina), immunosoppressori (ciclosporina), anticonvulsivanti (fenobarbitale), antiacidi (omeprazolo), ecc.
Il fluconazolo (FCZ) è particolarmente indicato nel trattamento della meningite criptococcica in quanto questa molecola ha una buona penetrazione nel SNC. Altri triazoli di seconda generazione quali il voriconazolo (VCZ) e posaconazolo (PCZ), usati su infezioni resistenti da Candida e Aspergillus spp. vengono presi in considerazione come farmaci di seconda linea.

Allilamine (terbinafina)

la terbinafina è un fungicida sintetico che interferisce, a monte, con la sintesi dell’ergosterolo bloccando la conversione dello squalene in lanosterolo (a sua volta precursore dell’ergosterolo). Viene principalmente usato nel trattamento di dermatofitosi croniche, onicomicosi, sporotricosi; è meno tossico e più efficace della griseofulvina. Usato in associazione con AMB per il trattamento di aspergillosi e altre infezioni da funghi filamentosi.

Pirimidine fluorinate (flucitosina)

la flucitosina (FCY) è una pirimidina fluorinata inizialmente sviluppata coma agente antineoplastico, che interferisce con la sintesi del DNA nei funghi. Presenta una buona efficacia nei confronti di diverse specie (Cryptococcus, Candida) ma spesso si sviluppano resistenze quando usata in monoterapia; per questo viene sempre usata in associazione con AMB.

Inibitori della sintesi della parete cellulare

in questa classe di farmaci si ricordano la nikkomicina Z, un inibitore della sintesi della chitina che attualmente è una orphan drug e nuovi farmaci della classe delle echinocandine (micafungina, caspofungina, ecc.) che agiscono bloccando la sintesi del glucano (altro componente della parete cellulare dei funghi). Sono indicati come farmaci di prima linea contro le candidiasi e generalmente ben tollerati; disponibili solo per la somministrazione EV.

Altri farmaci (griseofulvina)

La griseofulvina è un antibiotico antimitotico che veniva usato nel trattamento delle micosi superficiali; diversi studi ne sconsigliano l’utilizzo nel gatto ed in particolare sui soggetti FIV positivi (2).
Alcuni report avevano indicato il luferunon (un antiparassitario, Program®) come effettivo sulle dermatofitosi ma altri studi controllati(3) ne hanno smentito l’efficacia.

Formulazioni topiche

oltre ai farmaci ad uso sistemico sono in commercio diverse preparazioni antifungine ad uso topico (shampoo, soluzioni dermatologiche, gocce otologiche, pomate) per il trattamento delle micosi superficiali di diversa composizione a base di imidazoli (es. enilconazolo, miconazolo), triazoli (posaconazolo), disinfettanti (clorexidina), antibiotici e cortisonici. Normalmente questi trattamenti non sono sostitutivi ma di ausilio ai farmaci ad uso sistemico (servono soprattutto a limitare la contaminazione ambientale). Va ricordato che quando si fa uno shampoo o spugnature con soluzioni dermatologiche all’animale deve essere applicato un collare di elisabetta in modo che non si lecchi.
Una nota mai superflua riguarda l’uso di gocce otologiche che, salvo diversa, esplicita indicazione, non devono mai essere usate in caso di timpano perforato (o sospetto tale). Da ricordare infine che molti farmaci non possono essere usati su animali gravidi o in allattamento, e diversi antifungini sono tra questi.
Fonti principali

Micosi superficiali

Dermatofitosi (Microsporum spp.)

molto diffusa, facilmente curabile, trasmissibile tra gatti e verso le persone

Le dermatofitosi (conosciute anche come tigna o ringworm in inglese) rappresentano l’infezione fungina più diffusa tra i gatti.
I dermatofiti sono funghi filamentosi che hanno una notevole importanza come patogeni cutanei del cane e del gatto e come agenti zoonosici. Le specie di interesse veterinario sono poche e ancora meno quelle tipiche del gatto (Microsporum canis in primis, i più rari Trichophytum spp. e M. gypseum, un fungo geofilo): si tratta di specie zoofile (e in alcuni casi geofile) che utilizzano la cheratina presente nella cute e nel pelo come nutrimento.

L’infezione avviene per contatto diretto tra animali o vivendo in ambienti contaminati (stoffe, mobili, ecc.). L’agente del contagio sono le artrospore, frammenti di ife che possono essere trasportati per via aerea o legati a particelle di polvere e depositate sugli oggetti; anche le pulci possono fungere da vettori. Una volta raggiunto il pelo le artrospore competono con le difese dell’ospite e, con le condizioni ambientali adatte di temperatura e umidità, anche favorite dalla presenza di microlesioni cutanee, l’infezione si sviluppa in 1-3 settimane.

Pelo di gatto infetto da M. canis; P. Cavana ENVA (Ecole Nationale Veterinaire d'Alfort

L’infezione da M. canis si acquisisce principalmente da un gatto infetto o dal contatto con oggetti e ambienti contaminati mentre l’infezione da Trichophytum è prevalentemente a causa del contatto con roditori. L’infezione da M. gypseum viene acquisita da animali che vivono all’aperto in zone contaminate.

Questi funghi sono spesso endemici in gattili che si trovano in zone dal clima temperato, con una prevalenza più alta rispetto alle colonie feline. Per quanto molti animali positivi alla coltura non presentino segni clinici, i dermatofiti non si possono considerare come organismi appartenenti alla normale flora fungina (altrimenti sarebbero sempre presenti) e questi soggetti si devono considerare come affetti da infezione subclinica o da contaminazione ambientale. In genere i soggetti che guariscono da una dermatofitosi acquisiscono una immunità almeno parziale.
I soggetti più predisposti a sviluppare lesioni sono i cuccioli, i gatti molto anziani e quelli con uno stato immunitario compromesso (anche temporaneamente): questo vale anche per gli umani che possono essere contagiati.

Le lesioni da dermatofiti si presentano solitamente con più o meno piccole aree di alopecia, con o senza croste, di forma tendenzialmente circolare presenti sul muso e/o in altre parti del corpo (zampe, unghie e cute interdigitale). Le lesioni possono essere focali o multifocali, causano prurito e possono risultare iperpigmentate o presentare ulcerazioni (anche a causa di autotraumatismo). Le lesioni da dermatofiti non possono essere diagnosticate solo sulla base dei segni clinici. Il metodo diagnostico più semplice, che però ha valore solo come test di screening (sensibilità del 50% rispetto alla coltura), è quello della lampada di Wood: esaminando il pelo con questa luce blu si hanno delle fluorescenze verde-mela in presenza dei funghi. Però va ricordato che molti ceppi di M. canis non rispondono a questa lunghezza d’onda, che si ha fluorescenza solo quando i microrganismi sono presenti sul pelo (e non sulle unghie) e che scaglie, detriti, lanuggine, medicazioni topiche possono al contrario dare falsi positivi. Si tratta quindi di un metodo molto semplice e veloce, utile ad evidenziare la presenza del fungo in un gattile, ma poco adatto ad una diagnosi accurata sul singolo caso. La diagnosi - certa - delle micosi superficiali si ha solo con la coltura, cioè con la raccolta di campioni di pelo (pinzettamento), hair brush (spazzolamento) e scraping cutaneo (raschiatura) che poi vengono esaminati al microscopio e/o posti in terreno di coltura

M. canis in piastra di coltura; J. Guillot, ENVA

Gatto con dermatofitosi; P. Cavana, ENVA

In molti casi le lesioni da dermatofitosi guariscono spontaneamente a valle dello sviluppo di una adeguata risposta immunitaria cellulo-mediata da parte dell’ospite ma spesso in tempi più lunghi. Va ricordato che la risoluzione o l’assenza di lesioni non indica che il gatto sia esente da M. canis: solo un esame colturale può escludere questa eventualità. Verificare la negatività del gatto ai dermatofiti è importante nelle adozioni, in particolare quando nella famiglia dell’adottante sono presenti bambini piccoli, anziani o persone immunodepresse.
Il trattamento corretto, nei casi di infezione confermata, è topico, sistemico e possibilmente ambientale. Il solo trattamento topico non è risolutivo ma serve a ridurre la contaminazione del pelo e la diffusione nell’ambiente; esistono diversi prodotti in commercio a base di enilconazolo (Imaverol ®) o miconazolo. Le spugnature devono essere effettuate regolarmente ed avendo cura di applicare un collare di elisabetta dopo il trattamento per evitare che l’animale si lecchi. Specie negli animali a pelo lungo può essere consigliabile la rasatura.
Il principio attivo più comunemente utilizzato nella terapia sistemica è l’itraconazolo (Itrafungol ®) con terapia “pulse” (una settimana di trattamento, una di sospensione, un’altra settimana, ecc.). Esistono altri principi attivi quali la griseofulvina (da evitare in quanto potenzialmente tossico, specie sui FIV positivi vedi nota) e terbinafina (dosaggi diversi dall’uomo per via del diverso metabolismo del farmaco nel gatto).
La durata del trattamento è intorno ai 2-3 mesi ed in genere, sui soggetti immunocompetenti la risoluzione è completa; al ciclo di trattamento devono seguire una, o meglio due colture successive per essere certi dell’eradicazione del fungo.
Per la decontaminazione ambientale va tenuto presente che la maggior parte dei disinfettanti venduti come “fungicidi” non sono tali nei confronti delle artrospore che sono i “veri” agenti patogeni nelle dermatofitosi. Gli unici disinfettanti efficaci al 100% con una singola applicazione sono l’ipoclorito di sodio al 5.25% (non diluito) e soluzioni di formalina al 1%: entrambi non utilizzabili in ambiente domestico. Soluzioni di ripiego prevedono l’utilizzo di enilconazolo (0.2%) e candeggina ad uso domestico diluita (1:10). È evidente che la decontaminazione ambientale, specie in ambiente domestico dove ci sono tessuti, mobili, ecc. è particolarmente difficile e tanto più lo è in presenza di altri soggetti positivi che sono causa di una continua ricontaminazione.

In un “rifugio ideale” i gatti in ingresso dovrebbero essere sottoposti a quarantena, e se positivi, trattati fino alla comprovata negativizzazione all’esame colturale prima dell’introduzione in comunità.
Il rischio zoonotico interessa in particolare bambini, anziani, persone sottoposte a trapianto o in cura con chemioterapici, persone immunodepresse: queste categorie di persone rischiano manifestazioni severe della malattia. Si stima che circa il 50% delle persone (sane) esposte possono sviluppare lesioni. La trasmissione può anche avvenire da uomo ad animale (zoonosi inversa).

Pseudomicetomi

Pseudomicetoma in un atto persiano (fonte Vetbook.org)

Lo pseudomicetoma dermatofitico è una forma particolare di micetoma normalmente concomitante con una dermatofitosi e causata dalla penetrazione del fungo nel sottocute che provoca lesioni rilevate anche fistolizzate.
Nel gatto sono riportati alcuni casi di pseudomicetomi su persiani(1) causati da M. canis.

Malassezia spp.

La Malassezia è un lievito lipofilo (trae nutrimento dai lipidi presenti nella cute) che vive normalmente nel condotto uditivo e sulla cute la cui crescita eccessiva può dare origine ad otiti e dermatiti: le cause che provocano il passaggio dal commensalismo al parassitismo non sono chiare.
La malassezia è frequentemente isolata nel cane e raramente nel gatto e soprattutto in soggetti che presentano allergie, disordini metabolici e immunodeficienza. La manifestazione più comune della proliferazione di Malassezia è l’otite esterna ceruminosa anche se ci sono segnalazioni di dermatiti generalizzate. Viene trattata con preparati topici e sistemici (azoli). Fonti principali

Micosi sistemiche o profonde

In questa sezione si accenna alle principali forme di micosi sistemiche allo scopo di fornire una panoramica delle diverse patologie che sono sì relativamente rare ma si possono incontrare. Quasi tutte le micosi sistemiche sono letali se non vengono trattate; è indispensabile una diagnosi accurata e i trattamenti durano mesi.
In queste schede riportiamo alcune indicazioni su sintomatologia, diagnosi e trattamento a titolo informativo e divulgativo che non devono essere intese come “consiglio medico”: per gli approfondimenti fate riferimento alle fonti riportate e soprattutto rivolgetevi a medici veterinari e strutture specializzate.

Criptococcosi

prima micosi sistemica per importanza e diffusione, curabile in tempi lunghi, nessun rischio di contagio all’uomo o altri animali

La criptococcosi è una importante malattia fungina in umana, specie nei soggetti immunocompromessi o affetti da AIDS, nonché la più comune micosi sistemica del gatto. La malattia è letale se non trattata; se curata in modo appropriato e nei primi stadi ci sono buone probabilità di guarigione.

Il Criptococco è un fungo dimorfico sebbene assuma prevalentemente la morfologia di lievito incapsulato (capsula di polisaccaride) sia nell’ambiente che nell’ospite e si riproduce per gemmazione. Sono conosciuti oltre 30 specie appartenenti al genere Cryptococcus ma le specie patogene più importanti sono il Cryptococcus neoformans e Cryptococcus gattii (sebbene siano riportati anche casi di infezioni da C. albidus e C. magnus). È un fungo presente in tutto il mondo e si trova preferibilmente nel guano dei piccioni e in zone dove ci sono piante in macerazione, specie foglie di eucalipto, che ne favorisce la crescita e la sopravvivenza (oltre 2 anni): l’infezione si acquisisce dall’ambiente (sebbene siano riportati casi su gatti “indoor”) e non è contagiosa. Il gatto risulta essere la specie più suscettibile all’infezione da criptococco (oltre 5 volte più suscettibile del cane) e per questo viene considerata una specie sentinella. Il periodo di incubazione varia da mesi ad anni rendendo difficile individuare la sorgente dell’infezione.

Gatto Micio affetto da criptoccosi nasale (fonte propria)

Citologia da campione ottenuto per rinscopia (fonte propria)

L’infezione avviene per l’inalazione delle basidiospore o delle cellule di lievito essiccate; in umana il sito primario sono i polmoni mentre nel gatto è la cavità nasale (più raro il coinvolgimento polmonare). In alcuni casi può esserci solo una colonizzazione subclinica con test positivo; in uno studio (1) su gatti randagi in Italia si è trovata una prevalenza superiore al 10%. La patogenesi della criptococcosi dipende dalla quantità di spore inalate, dalla virulenza del ceppo e dalla risposta dell’ospite, in particolare quella cellulo mediata: in umana sono particolarmente colpiti i soggetti con AIDS mentre nei gatti non risulta una particolare predisposizione all’infezione legata alle patologie di origine retrovirale (FIV/FeLV); questo sebbene i gatti FeLV positivi rispondano meno o scarsamente alla terapia e siano più soggetti a ricadute mentre nei FIV la prognosi è favorevole. Sono stati riportati casi di infezione opportunistica in gatti con toxoplasmosi, aelurostrongilosi, o sottoposti a terapie immunosoppressive. La struttura del criptococco rende difficile la fagocitosi da parte delle cellule fagocitarie ed inoltre gli permette di sopravvivere in macrofagi e neutrofili che rappresentano la via di disseminazione dell’infezione.
La criptococcosi è spesso un’infezione cronica con una sintomatologia, almeno nella prima fase, solitamente aspecifica quale letargia, moderata o assente ipertermia, perdita di peso. Come già accennato, nel gatto, il sito primario di infezione è il naso e si manifesta con starnuti, tosse, scolo nasale mucopurulento, dispnea, escrescenze di formazioni simil-polipo dalle narici, deformità del naso con possibile presenza di lesioni cutanee ulcerative (naso, muso, labbro superiore) e linfonodi sottomandibolari ingrossati. Nel gatto, il coinvolgimento polmonare è raro e l’infezione tende a localizzarsi nei siti dove la temperatura corporea è più bassa (cute, naso, scroto).
Non raramente può esserci il coinvolgimento di orecchio (otiti medie e interne con segni vestibolari), occhio (corioretiniti, retiniti emorragiche, neuriti, esoftalmo, ecc.), cute (papule e noduli) e CNS. I segni clinici di coinvolgimento del sistema nervoso sono alterazioni nel mantenimento della temperatura, comportamento bizzarro, paresi, spasmi o tremori, convulsioni, anosmia [perdita del senso dell’olfatto], cecità, iperestesia, ecc. La risonanza magnetica può rilevare criptococcomi (lesioni focali ben delimitate) e/o meningoencefalite. Nelle forme disseminate, oltre a lesioni cutanee (noduli sottocutanei), può esserci ingrossamento dei linfonodi toracici e addominali, coinvolgimento di reni, milza, fegato, cuore, forme di artrite, lesioni osteolitiche, ecc.

La diagnosi di criptococcosi non può che basarsi su citologia ed istologia dei tessuti coinvolti, eventualmente su PCR, coltura e isolamento del fungo coinvolto (il C. gattii è più resistente alla terapia rispetto al C. neoformans) e il test di suscettibilità ai farmaci antifungini. Esiste anche un test sierologico antigenico (test di agglutinazione su latex: es. CALAS test®, Meridian Diagnostic) che può essere utile come esame “veloce” prima di passare a procedure più invasive (esame del liquor, biopsie) o per conferma della remissione ma non è indicato, da solo, per una diagnosi definitiva.
La terapia per la criptococcosi è lunga, può prevedere ospedalizzazione, richiede controlli ematochimici periodici ed esami che verifichino l’eradicazione dell’infezione. L’intervento chirurgico è una opzione da prendere in considerazione quando sono coinvolti tessuti accessibili, con una presenza massiva di funghi e tessuti scarsamente perfusi e quindi poco raggiungibili dai farmaci. La terapia antifungina è sempre necessaria e la scelta del farmaco (AMB, ITZ, FCZ o combinazioni) dipende dalla tipologia di infezione (coinvolgimento del CNS, disseminata, ecc.) e dallo stato clinico del paziente (funzione epatica e renale, infezioni retrovirali, età, ecc.). Nei casi meno gravi, il trattamento di prima scelta è quello con ITZ, somministrato con il cibo e con controlli periodici della funzionalità epatica per un periodo non inferiore ai 6 mesi. Nei casi più complessi, con coinvolgimento del SNC, con la malattia in stato avanzato e/o non responsivi all’ITZ viene indicata AMB (la formulazione “normale”, desossicolato non quella liposomiale, può essere anche somministrata SC), flucitosina da soli o in combinazione; la risposta è in genere più veloce, ma l’uso di questi farmaci comporta effetti collaterali importanti e richiede, almeno in una prima fase, il ricovero ospedaliero.
La terapia non deve mai essere interrotta alla risoluzione dei segni clinici ma solo dopo aver verificato più volte, a distanza di qualche mese, che il titolo antigenico sia “zero”: questo per la concreta possibilità di recidive.

La prognosi dipende ovviamente dallo stato di avanzamento della malattia, dal coinvolgimento o meno del CNS e dallo stato clinico e sierologico del gatto: alcuni studi indicano un successo terapeutico nella misura del 75% mentre altri sono più prudenti.
La criptococcosi non può essere considerata una zoonosi e non esiste il rischio di contagio per altri animali.
Fonti principali

Istoplasmosi

seconda micosi sistemica per diffusione, curabile, nessun rischio di tramissione

L’istoplasmosi è la seconda più importante e diffusa micosi sistemica del gatto. L’agente eziologico è un fungo dimorfico, l’Histoplasma capsulatum, presente nel suolo in zone moderatamente calde e umide (presente soprattutto nel continente americano, India e Asia meridionale ma riscontrato anche in Europa e Giappone) preferibilmente dove c’è la presenza di materiale organico ricco di azoto (feci di uccelli, polli). I soggetti più a rischio sono ovviamente i gatti “free roaming” ma sono stati anche riportati dei casi di istoplasmosi su gatti che vivevano in casa(1).

Il processo infettivo inizia per inalazione delle microconidia che raggiungono le basse vie respiratorie, nei polmoni si convertono in lievito e si riproducono per gemmazione all’interno delle cellule fagocitarie per poi diffondersi attraverso il circolo ematico e linfatico specie negli organi che vedono la presenza di numerose cellule fagocitarie mononucleate. La risposta cellulo-mediata è fondamentale per contenere l’infezione ma, anche negli animali immunocompetenti, non è sufficiente alla completa eradicazione in quanto il fungo può entrare in una fase “dormiente” e riattivarsi in presenza di un calo immunitario.

H. capsulatum nel citoplasma di neutrofili (fonte Vetbook.org)

L’istoplasmosi, che può colpire gatti di ogni età, si manifesta con sintomi aspecifici quali perdita di peso, febbre, anoressia, depressione mentale. Spesso si riscontra dispnea (più raramente tosse). linfoadenopatia, splenomegalia ed epatomegalia associata ad ittero, disordini GI; comune anche il coinvolgimento oculare, meno quello cutaneo (lesioni nodulari ulcerate). Sul piano ematologico molti soggetti presentano anemia non rigenerativa e trombocitopenia; normalmente si riscontra leucocitosi con aumento di eosinofili e monociti ma in alcuni casi anche una severa pancitopenia [riduzione patologica di tutte le cellule ematiche: eritrociti, leucociti e piastrine]. In alcune circostanze il fungo può essere trovato dall’esame di routine del vetrino in neutrofili e monociti ma di norma è necessario l’esame radiografico/ecografico, BAL [lavaggio broncoalveolare: consiste nell’immettere una piccola quantità di liquido nei polmoni attraverso un broncoscopio per poi aspirarli e analizzarli] e successiva valutazione citologica o istologica sui tessuti coinvolti (es. citologia del midollo). Da notare che possono essere colpiti praticamente tutti gli organi compreso cuore e sistema scheletrico.

Sebbene l’istoplasmosi polmonare possa essere autolimitante è sempre consigliabile la terapia in quanto la disseminazione in altri organi avviene nelle prime fasi della malattia. Il farmaco più usato è l’itraconazolo per un periodo di 4-6 mesi: in alcuni casi si associano corticosteroidi per controllare l’infiammazione (specie quando il processo infiammatorio può condurre all’ostruzione polmonare); nei casi più gravi si associa AMB.
Come per le altre micosi sistemiche non è documentata la trasmissione da animale ad animale o da animale all’uomo. Fonti principali

Blastomicosi

molto rara in Europa, quasi sempre curabile, minimo/nullo rischio zoonosico

La blastomicosi è causata da un fungo dimorfico (Blastomyces dermatitidis) che cresce naturalmente nel terreno (specie in presenza di legname in decomposizione in ambienti umidi) in forma di muffa e produce delle spore infettive. Questo fungo, diffuso prevalentemente negli stati orientali degli USA e del Canada, infetta principalmente l’uomo e il cane anche se ci sono dei report(1) relativi alla blastomicosi nel gatto.

Attraverso le vie aeree le spore raggiungono i polmoni dove, trasformandosi in lievito, stabiliscono il sito primario dell’infezione. Da qui, l’infezione si dissemina in altri organi e distretti quali occhi, naso, cute, linfonodi, cervello/SNC. In base ai pochi report esistenti sui gatti non si può stabilire un segno clinico dominante ma si segnalano dispnea, lesioni cutanee, uveite, paralisi del treno posteriore quando c’è coinvolgimento del CNS.

Radiografia ed ecografia permettono di evidenziare lesioni polmonari e in altri organi che vanno poi confermate attraverso l’identificazione citologica ed eventuale PCR. La terapia prevede l’uso di itraconazolo (o amfotericina B / fluconazolo nei casi severi) per un periodo di almeno 2 mesi. Come per le altre patologie micotiche la remissione deve essere confermata per via strumentale. Il rischio zoonotico è minimo/nullo.
Come per le altre micosi sistemiche non è documentata la trasmissione da animale ad animale o da animale all’uomo. Fonti principali

Coccidioidomicosi

non presente in Europa, curabile in tempi lunghi; non considerata infettiva, pericolo ristretto alla manipolazione delle colture

La coccidioidomicosi è una malattia causata da due specie di Coccidiodes spp, un fungo dimorfico presente nel suolo ma solo nella parte sud occidentale degli Stati Uniti, centroamerica e in alcune aree dell’America meridionale. È una patologia fortemente infettiva ma non contagiosa che si acquisisce tramite inalazione anche solo di pochissime artroconidia del fungo che si localizzano nei bronchioli e nel tessuto peribronchiale e, dopo un periodo di incubazione di alcune settimane, portano allo sviluppo di forme respiratorie. L’infezione più evolvere in una forma disseminata e attaccare diversi organi. Nel gatto i sintomi più evidenti sono lesioni a livello dell’occhio e lesioni cutanee che, a differenza dei cani, sono raramente associate ad un coinvolgimento osseo. Come nelle altre micosi sistemiche la diagnosi si ottiene con citologia/istologia e isolamento del fungo (fatto in laboratori specializzati vista l’infettività del patogeno) a valle de sospetto diagnostico confermato da immagini radiografiche; esistono anche test anticorpali da interpretare con attenzione. Come per le altre micosi sistemiche il trattamento con antifungini (azoli, AMB) è lungo, volto a prevenire la disseminazione e c’è il rischio di recidive quando si sospende il trattamento.

La coccidioidomicosi non è generalmente considerata infettiva ma va posta attenzione nel maneggiare tessuti infetti; le colture sono invece pericolose per il rischio che possano essere rilasciata artroconidia nell’aria.

Paracoccioidomicosi: è una malattia causata dal fungo dimorfico Paracoccidioides brasiliensis che causa lesioni polmonari disseminate granulomatose; presente solo in America del sud e centro America; colpisce l’uomo e raramente gli animali.
Fonti principali

Sporotricosi

rara in Europa, curabile, contagiosa per l’uomo e altri gatti conviventi

La sporotricosi è una importante infezione micotica sottocutanea che può assumere carattere sistemico; ha differenza di altre micosi sistemiche un serio potenziale zoonotico ed è contagiosa per altri gatti. Causata da un fungo saprofita dimorfico (Sporothrix schenckii) è diffusa prevalentemente nell’America latina (Brasile) anche se ne sono stati riportati casi in Europa, USA e Giappone.

La via primaria di infezione sono le piccole lesioni provocate dal contatto con piante o suolo contaminati, meno frequentemente per inalazione. Il fungo penetra gli strati profondi della cute dove si converte nella forma di lievito e da qui attraverso il circolo ematico può disseminarsi nell’organismo. Nel gatto, l’alta frequenza con cui si riscontrano segni a livello polmonare, e nasale portano a non escludere la via inalatoria dell’infezione. Le lesioni multiple, in parti diverse del corpo possono anche essere riconducibili ad autotraumatismo e/o grooming oltre che per diffusione ematogena.

Sporotricosi su un siamese (fonte researchgate.net Dermatology Service (FMVZ-USP))

Il tipo di lesioni prevalenti nel gatto sono date da noduli sottocutanei soffici, ulcerati e profondi drenanti un contenuto purulento/sieropurulento specie sul muso, coda e zampe posteriori; vi possono essere lesioni del cavo orale e dell’occhio. Spesso sono presenti lindoadenomegalia e sintomi aspecifici quali tosse, dispnea e sintomi respiratori (a volte presenti anche in assenza di lesioni cutanee), vomito, anoressia, febbre e disidratazione. A differenza dell’uomo non c’è correlazione con condizioni di immunodeficienza quali portate da FIV e FeLV e ciò fa ritenere un diverso meccanismo di sviluppo della malattia nel gatto. In base ai report disponibili sembra esserci una maggior predisposizione a contrarre l’infezione da parte dei gatti randagi.

La sporotricosi, per quanto rara in Europa, dovrebbe essere considerata in diagnosi differenziale in presenza di lesioni ulcerative drenanti. La diagnosi si effettua con citologia/istologia confermata dalla coltura (anche su campionamento tramite BAL in caso di sintomi respiratori); è disponibile anche un test ELISA come screening. Nel gatto non ci sono protocolli standard per la cura e il trattamento è molto lungo (oltre i 6 mesi e fino ad oltre l’anno). È segnalato il trattamento con ITZ o ITZ in combinazione con altri farmaci (es terbinafina); si hanno avuti risultati positivi con inoculazione intralesionale di AMB e/o resezione chirurgica delle lesioni o termoterapia.

La sporotricosi è contagiosa per l’uomo e per altri gatti conviventi: il gatto deve essere isolato e gestito con guanti in quanto il contatto con le ulcere e i graffi possono trasmettere l’infezione. I gatti deceduti devono essere cremati.
Fonti principali

Aspergillosi e Penicilliosi

rara, cure difficili, non c’è rischio di trasmissione

Aspergillus e Penicillium sono due specie di funghi saprofiti ubiquitari nell’ambiente che possono causare riniti e infezioni disseminate in cani e gatti. Dal punto di vista della tassonomia esiste una certa confusione nella classificazione e nomenclatura delle molte sottospecie conosciute; per la loro affinità (sono organismi distinguibili sono in coltura o con analisi molecolare) e per il fatto di riprodursi entrambi in modo asessuato le malattie da Aspergillus spp e Penicillium spp si considerano assieme.

Aspergillus fumigatus (fonte microbewiki.kenyon.edu)

Le conidia di Aspergillus si trovano nell’ambiente dove crescono sulla vegetazione in degradazione; sono molto piccole (2-3 µm) e vengono facilmente trasportate anche negli ambienti chiusi.
L’aspergillosi è molto meno diffusa nel gatto che nel cane e viene considerata una malattia rara. Può manifestarsi come rinosinusite (SNA sinu-nasal aspergillosis), con coinvolgimento dell’orbita oculare (SOA sino-orbital aspergillosis) o nella forma disseminata (quasi sempre letale).

L’infezione inizia nel naso (SNA) ma, a differenza dei cani, c’ò una tendenza ad estendersi al palato e alla cavità orbitale (SOA); si ipotizza che la SOA nel gatto possa rappresentare una cronicizzazione o infezione di maggiore invasività rispetto alla SNA. C’è una predisposizione in alcune razze (persiano, himalaiano) ma non a riguardo dello stato immunitario del gatto. I sintomi includono secrezione nasali croniche (mono o bilaterali) di muco purulento ed episodi di epistassi. Nei casi di SOA ci sono altri segni clinici a carico dell’occhio (esoftalmo con prolasso della terza palpebra), del palato superiore (ulcerazioni) e deformità del muso correlati con lo sviluppo del granuloma fungino.

La diagnosi definitiva (indispensabile, come in tutte le micosi sistemiche in quanto i sintomi possono essere ascrivibili ad altre patologie, ad esempio neoplastiche) si ottiene con l’identificazione delle ife nei tessuti affetti ottenuti su campioni prelevati con tecnica rinoscopica o TC/eco guidata e coltura o PCR (per l’identificazione esatta della specie). I test anticorpali e antigenici non sono confermativi della diagnosi.
Non ci sono linee guida consolidate circa la terapia dell’aspergillosi: quando sono coinvolte solo le cavità nasali si possono usare applicazioni intranasali di clotrimazolo o enilconazolo e “raschiatura” delle placche fungine per via endoscopica associata alla terapia sistemica per diversi mesi con itraconazolo o altri farmaci (posaconazolo, AMB, terbinafina). Nella SOA la prognosi è peggiore anche con trattamenti aggressivi e chirurgici (enucleazione occhio).

L’aspergillosi disseminata felina con coinvolgimento polmonare colpisce principalmente soggetti immunocompromessi (retrovirus, trattamenti immunosoppressivi, altre patologie in corso). È stato segnalato un caso risolto positivamente con lobectomia polmonare ma in genere la prognosi è sfavorevole.
Non ci sono rischi zoonosici.
Fonti principali

Candidiasi

poco comune/sporadica, curabile, non viene considerata una zoonosi

Candida spp. è un fungo commensale, acquisito principalmente per trasmissione verticale e normalmente non patogenico che colonizza il tratto orale e GI, le orecchie, le alte vie respiratorie e il sistema genitale. Il fungo esiste in oltre 150 specie, di cui la più comune è la C. albicans, e si presenta nella forma di lievito anche se in alcuni caso può assumere un aspetto filamentoso. La presenza di Candida spp. non è associata ad immunodeficienza: in seguito all’espressione di fattori di virulenza dell’organismo e/o ad un calo delle difese immunitarie (corticosteroidi, diabete mellito, chemioterapia) la sovracrescita dà luogo alla patologia. Le principali manifestazioni consistono nella formazione di biofilm su cateteri urinari e nell’adesione e penetrazione nell’epitelio specie in presenza di altre lesioni dermatologiche (pemfigo, reazioni da ipersensibilità, ecc.). Si manifesta principalmente con locale eritema, croste, ulcerazioni che non guariscono con o senza prurito; quando l’infezione è localizzata nelle basse vie urinarie si manifesta con disturbi della minzione e/o ematuria. La diagnosi di base viene fatta in base alla presenza del fungo nel sedimento urinario o da raschiato cutaneo confermata dalla coltura. Per le lesioni cutanee si utilizzano trattamenti topici associati alla terapia sistemica. Il trattamento della candiduria è più complesso in quanto solo FCZ (prima scelta, 4-6 settimane) e AMB vengono escreti in forma attiva con le urine e quindi possono risultare efficaci: nei casi refrattari si può ricorrere alla somministrazione intravescicale (AMB, clotrimazolo).
Non è considerata una zoonosi.
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Tricosporonosi

rara, curabile, infezione possibile attraverso la manipolazione di animali infetti

È un fungo saprofita del suolo (Trichosporon spp. 25 specie tra cui T. beigelii e T. asahii) globalmente diffuso nell’ambiente, commensale minoritario del tratto GI, respiratorio e della cute che può causare micosi radicate ed infezioni disseminate anche fatali in soggetti immunodepressi.
Nel gatto può causare infiammazioni granulomatose/suppurative delle mucose e dei tessuti sottocutanei simili all’apparenza a quelle causate da criptococcosi; rari casi di disseminazione ematogena. La sola coltura può non essere significativa e confusa con altre specie (C. neoformans, Candida spp. ecc.) per cui è necessaria l’identificazione con PCR. Nel gatto la terapia è a base di ITZ o fluconazolo per almeno un mese.

Poiché si tratta di un fungo ubiquitario non è certa la trasmissibilità ma il contagio è possibile attraverso la manipolazione di animali infetti per cui è indicato l’uso di guanti nella manipolazione di questi animali.
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Pneumocistosi

rara, curabile, trasmissibile a soggetti immunocompromessi

Pneumocystis carinii, un organismo saprofita a bassa virulenza agente della pneumocistosi, è diffuso in tutto il mondo nei climi tropicali e temperati a medie altitudini. Causa infezioni polmonari opportunistiche in molte specie, uomo compreso, dove le infezioni latenti si stimano nell’ordine dell’1-10%. Sul piano tassonomico si tende a classificarlo come un fungo mentre su piano biologico è più simile ad un protozoo sia per il suo ciclo di vita (formazione di cisti e rilascio tropozoiti) che per il fatto di rispondere ai farmaci antiprotozoari e non agli antifungini.

Il P. carinii si insedia nelle basse vie respiratorie e l’infezione resta ad uno stato latente; in soggetti con altre patologie polmonari la moltiplicazione dell’organismo e la risposta infiammatoria comportano una riduzione dello scambio gassoso e il danno degli alveoli polmonari. Nel gatto la pneumocistosi è normalmente latente o subclinica sebbene ci siano report relativi alla malattia conclamata in casi di soggetti FeLV positivi e sottoposti a terapia con corticosteroidi; nel cane, specie in alcune razze, la malattia è più comune. Come accennato, nel trattamento si utilizzano farmaci antiprotozoari (pentamidina, atovaquone, clindamicina, ecc.) per circa 3 settimane.

Il rischio di trasmissione riguarda persone immunocompromesse a stretto contatto con animali malati che presentano un’alta concentrazione di organismi nelle secrezioni delle vie aeree.
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Microsporidiosi

rara, non ci sono cure, trasmissione possibile

La microsporidiosi è causata da un parassita intracellulare obbligato (Encephalitozoon cuniculi, Enterocytozoon bieneusi, ecc.) appartenente al phylum Microsporidia, recentemente riclassificato come fungo mentre prima era considerato un protozoo. L’infezione nei mammiferi avviene attraverso l’ingestione o l’inalazione di spore rilasciate da feci/urine di altri ospiti infetti o per via transplacentare. L’infezione naturale da E. cuniculi è stata descritta in molte specie, tra cui conigli, cani e umani. I sintomi sono variabili e comprendono segni neurologici (spasmi, paralisi, depressione, blefarospasmo), encefaliti e nefriti. La diagnosi non è semplice e solitamente si ottiene attraverso l’identificazione citologica delle spore nelle urine negli animali con infezione disseminata. Non esistono protocolli terapeutici consolidati. L’identificazione di diverse specie di microsporidia in umani e animali lascia pensare alla possibile trasmissione zoonotica sebbene non ne esistano prove certe. Le spore presenti in feci e urine possono essere inattivate con diversi disinfettanti tra cui acqua ossigenata e candeggina.
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