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Shelter Medicine: un approccio specifico per i rifugi

30/06/2019

La “Shelter Medicine” è una specializzazione riconosciuta negli Stati Uniti nell’ambito della Medicina Veterinaria e si può definire come un approccio, un modo intendere, di declinare la veterinaria alla realtà dei rifugi. In questo articolo si cerca di fornire un quadro introduttivo del perché è importante e in cosa consiste la shelter medicine.

Cenni storici

La nascita della shelter medicine si può datare a circa 30 anni fa quando Niels C. Pedersen, uno dei grandi della medicina veterinaria, pubblica il primo testo che affronta i peculiari aspetti sanitari e di benessere animale nelle comunità feline: “Feline Husbandry and Diseases and Management in the Multiple-Cat Environment”(1).

Nel 1994 nasce la Maddie’s Fundation (2) ad opera di David Duffield (3) e sua moglie Cheryl che, grazie anche al contributo di Richard Avenzino (4), si impegna attivamente nel movimento “no kill”, nella gestione/finanziamento dei rifugi e dei programmi di foster care nonché nel campo della nascente shelter medicine. Sarà proprio la Maddie’s Fund a sostenere i primi programmi formativi presso la UC David, sotto la guida di Pedersen nei diversi ambiti della medicina dei rifugi.

Nel 2005, l’associazione dei veterinari dei rifugi inizia a lavorare per la costituzione di una nuova specialità in medicina veterinaria orientata alla cura degli animali nei rifugi e nel 2014 la Shelter Medicine diventa una specializzazione riconosciuta da AVMA (American Veterinary Medical Association) e in ambito ABVP (American Board of Veterinary Practitioners). Ad oggi molte università americane (5) offrono corsi di shelter medicine.

Queste brevissime e lacunose note per mettere in evidenza che quando si parla di Shelter Medicine non ci si riferisce ad una sorta di pratica medica di second’ordine, ma ad una disciplina scientifica che vede tra i suoi “padri fondatori” tante figure ampiamente riconosciute ai massimi livelli: oltre al già citato NC Pedersen, si devono ricordare T Buffington, JE Foley, M Smith-Blackmore, KF Hurley e molti altri.

Le ragioni di una “medicina per i rifugi

Le ragioni che sottendono la nascita e lo sviluppo della shelter medicine risiedono nell’osservazione che in un rifugio vi sono condizioni ambientali (sovraffollamento, stress, confinamento), e di “husbandry” (cura ed economia della gestione) radicalmente diverse rispetto a quelle dell’animale di proprietà e che l’insieme di questi fattori ha implicazioni importanti sul piano sanitario tanto dell’individuo quanto della popolazione.

“Unlike cattle, horse, sheep, goats and dogs, cats are solitary and territorial animals. Therefore, it is against their nature to be confined to limited space and large number of other cats. Overcrowding and poor husbandry lead to myriad infectious diseases and behavioral problems” (1a). Il gatto non è un animale da appartamento e tantomeno da gabbia o da spazi delimitati.

Mettete un gatto in un ampio giardino “full optional” ma delimitato da una recinzione e poi provate ad aprire un passaggio; per quanto ben ambientato e tranquillo lui tenderà ad uscire: non a scappare, ma a mettersi ad un metro dal recinto …all’esterno però.

I rifugi sono strutturalmente un insulto alla natura felina ma sono necessari e molto spesso, per gli stessi gatti, sono il “male minore” rispetto al vagare liberi in un territorio antropizzato, povero di risorse alimentari e pieno di pericoli e conflitti (con gli umani) altrettanto innaturali.

La sovrappopolazione, che è purtroppo una “costante” nei rifugi, è una condizione devastante per tutte le specie: basti citare il famosissimo e distopico esperimento di Calhoun (6) sui topi che evidenziava in maniera drammatica le conseguenze comportamentali e riproduttive del sovraffollamento. Il sovraffollamento è particolarmente deleterio per animali solitari e territoriali come sono i gatti che si traduce in aumento di stress e il conseguente sviluppo di comportamenti devianti: dagli spruzzi di urina sui muri anche da parte di femmine e maschi sterilizzati, alla defecazione fuori dalle lettiere, agli atteggiamenti aggressivi, all’anoressia, ecc. Problematiche che sono anche presenti nei gatti “di casa” ma esacerbate nei rifugi (7).
Lo stress psicologico e i fattori ambientali non si manifestano solo attraverso disturbi comportamentali più o meno evidenti ma hanno l’effetto di attivare una cascata di processi bio-chimici che dal CNS vanno ad interessare il sistema nervoso autonomo e l’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrenale) con il conseguente rilascio di glucocorticoidi e di catecolamine che hanno molteplici effetti sistemici (pressione sanguigna, broncodilatazione, livelli di glucosio, metabolismo dell’acido arachidonico, ecc.) (8). Altri studi in umana (9) hanno evidenziato come situazioni di stress si traducano in più alti livelli di TNF, IL1, IL6 e altre citochine pro-infiammatorie che hanno effetti complessi sul sistema immunitario.
Quanto lo stress, cronico ed acuto, concorra in modo effettivo e determinante nella patogenesi delle tante malattie cui è stato correlato (tumori, diabete, stati infiammatori cronici, ecc.) è ancora un tema di ricerca, ma è con relativa certezza che si può affermare che una condizione di stress comporti significative alterazioni fisiologiche.

L’evidenza pratica e numerosi studi scientifici dimostrano che importanti patogeni quali FPV in primis, FCoV, FHV-1/FCV con morbilità e mortalità anche molto elevata sono più diffusi/endemici tra i gatti di gattile che non di colonia mentre sono relativamente sporadici tra i gatti di casa(10).
L’infettività e la resistenza ambientale di alcuni virus, le continue reinfezioni anche con ceppi diversi, le difficoltà di isolamento e disinfezione sono altrettanti fattori che rendono le malattie virali particolarmente impattanti nei gattili: molto più che nelle colonie feline dove lo spazio e l’ambiente aperto agiscono come fattori limitanti; molto più che tra i gatti di casa, dove l’assenza di pressione infettiva e l’adozione di corretti piani vaccinali ha fortemente limitato l’incidenza di queste malattie.
Non va poi dimenticato che nei gattili sono endemicamente presenti, e difficilmente eradicabili, le diverse specie di parassiti, protozoi e funghi (in particolare dermatofiti): agenti patogeni che anche quando di per sé non provocano conseguenze particolarmente serie concorrono nel peggiorare il quadro clinico in animali già debilitati e/o non perfetto stato di salute.

Alla situazione complessa e spesso critica dei gattili concorrono principalmente fattori strutturali quali la sovrappopolazione e gli spazi limitati e chiusi ma anche una gestione spesso improvvisata, emozionale, non “scientifica” e con scarse risorse a disposizione. La Shelter Medicine si pone l’obiettivo di affrontare queste criticità con un approccio che non sia limitato alla cura del singolo caso ma che prenda in considerazione il contesto nei suoi aspetti epidemiologici, gestionali, economici e comunicativi/educational.

In cosa si caratterizza l’approccio “shelter”

La shelter medicine “è” medicina veterinaria ma con un approccio diverso, se vogliamo più ampio e per certi aspetti meno specialistico/avanzato che non la medicina veterinaria classica che si applica agli animali da compagnia.

Proviamo ad esemplificare. Una infezione da Tritrichomonas foetus in un gatto di casa si diagnostica con PCR e si tratta con ronidazolo a 30mg/kg per 14 giorni; si ordina il farmaco per il peso del gatto in preparazione galenica e lo si somministra con il cibo: nessun particolare problema.
In un gattile di cinquanta o più gatti è impensabile testarli tutti ed è altrettanto impensabile trattarli a prescindere con un farmaco che deve essere accuratamente dosato (altrimenti può dare sintomi neurologici)(11) e per un tempo lungo.
Un problema del tutto banale per un gatto “private owned” diventa un problema estremamente complesso in un rifugio. Il veterinario può cercare di valutare la prevalenza dell’infezione con dei test a campione rispettando criteri epidemiologici; in caso di alta prevalenza può tentare di usare il secnidazolo (singola somministrazione ma con scarsissima letteratura a supporto) oppure può valutare l’isolamento del/dei gatti infetti contando sulla remissione spontanea e/o trattando solo quelli.
In ogni caso non c’è una risposta semplice ma si rende necessario valutare il contesto, non nell’ottica della soluzione migliore in assoluto ma nell’ottica della soluzione migliore possibile.

In un rifugio esistono tutta una serie di condizioni ambientali, vincoli economici, problemi logistici e organizzativi che rendono problematico, difficilmente praticabile e in alcuni casi inadeguato l’approccio veterinario tradizionale.

Nel mondo dei gatti di casa il “prendersi cura” e il “curare” in senso medico sono ambiti nettamente distinti: il proprietario individua un sintomo, il veterinario procede alla diagnosi e imposta la terapia che viene somministrata a casa o in clinica e il caso finisce lì. Nei rifugi la situazione è radicalmente diversa: non c’è un proprietario che si prende cura di quel gatto ma tante persone che turnano, che hanno sensibilità, capacità, attenzioni diverse: da quello che dimentica la terapia a quello che non sa fare un’iniezione. Il modello comunicativo tipico (veterinario -> proprietario) della pratica privata è del tutto inadeguato alla realtà dei rifugi.

“This book was written for veterinarians, laboratory animal managers, veterinary students and cat breeders. This audience was targeted because the goal of raising healthy cats require that both veterinarian and cat breeders work together” (1b)

Infatti, tutti i testi che trattano di Shelter Medicine sono rivolti a “veterinarians and staff” proprio perché non ci può essere sanità in un rifugio senza il fattivo e convinto coinvolgimento di tutti gli attori: dai responsabili ai volontari/addetti che sono a contatto diretto con gli animali. Comunicazione ma anche educazione come presupposto per rendere la comunicazione effettiva ed efficace. Non serve a nulla prescrivere l’adozione di determinate misure (di prevenzione, isolamento, ecc.) se prima non si è educato il personale sull’importanza e sul perché è necessario adottare tali misure.
Educazione ma anche organizzazione: coinvolgere e motivare i volontari nell’adozione di perfette linee guida quando il rifugio non è strutturato nel supportarle (ad esempio non dispone di un locale per le quarantene o l’isolamento) è inutile e al limite controproducente.

Il ruolo del veterinario del rifugio non può essere solo e strettamente medico, ma deve intervenire in ambiti collaterali che pure sono essenziali all’obiettivo del raggiungimento e mantenimento di un buon stato di salute complessivo degli animali ospiti. Abbiamo accennato ai programmi educativi, alla necessità che i veterinari interagiscano con gli architetti nel progettare spazi funzionali ed adeguati alle necessità mediche, etologiche degli animali e di comfort del personale (aree di isolamento, spazi, ventilazione adeguata, uso di materiali facilmente disinfettabili, infermerie interne, ecc.) (12) ma possono/devono svolgere un ruolo anche in ambiti amministrativi/manageriali quali la gestione dei conflitti (comunicazione e ascolto), la definizione delle policy riguardo il personale, l’interazione con le istituzioni (comuni, magistratura, ecc.).
Esiste anche il problema non secondario del “foster care” (declinazione italiana: “stalli”) in cui i veterinari dei rifugi possono svolgere un ruolo nel definirne gli ambiti, le modalità, la necessaria selezione ed informazione.

Un altro aspetto importante su cui i veterinari dei rifugi sono chiamati a dare un contributo è la raccolta, l’analisi e l’interpretazione dei dati. Raccogliere e mantenere i dati clinici dei pazienti (MDR – Medical Data Records) è importante in umana, nella pratica veterinaria privata ma ancora di più nei rifugi. I dati non servono solo per le statistiche o per avere a disposizione la storia clinica di quell’animale ma soprattutto per poter valutare in modo obiettivo l’efficacia di un intervento terapeutico/profilattico e/o organizzativo (es. un nuovo protocollo anestesiologico/chirurgico per le sterilizzazioni, una nuova procedura di ingresso, un trattamento antiparassitario, ecc.).
Il contributo del medico è essenziale nel decidere quali dati raccogliere e quali sono ridondanti, quali analisi fare e come interpretarle.
I dati sono anche un supporto all’EBM (Evidence Based Medicine)(13) che è un concetto imprescindibile nella medicina dei rifugi, anche solo interpretandolo in termini di contenimento intelligente dei costi.

Il veterinario che opera privatamente ha raramente occasione di imbattersi in casi di maltrattamento, avvelenamenti, combattimento e abbandoni cosa che invece è purtroppo comune lavorando nei rifugi. Per questo è necessario conoscere la legislazione in materia e avere conoscenze di patologia e tossicologia forense.

Il veterinario che opera nei rifugi deve essere in grado di eseguire interventi chirurgici (sterilizzazioni in primis), deve saper impostare un protocollo anestesiologico, avere nozioni di medicina d’urgenza come deve, ovviamente, avere conoscenze approfondite di malattie infettive e parassitarie senza per questo essere un infettivologo o un parassitologo “puro”.

La shelter medicine viene spesso definita come una disciplina veterinaria che integra concetti mutuati dalla medicina dei grandi animali e degli allevamenti alla medicina degli animali da compagnia: è una definizione un po’ riduttiva ma che coglie un aspetto essenziale di questo approccio: la salute del singolo è funzione della salute della popolazione, se non si persegue la salute della popolazione la cura del singolo o è vana o assume costi esorbitanti rispetto ai risultati a livello di popolazione.
Perseguire la salute della popolazione richiede un approccio scientifico e multidisciplinare, il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti direttamente (volontari, staff, responsabili) e indirettamente (istituzioni, università, associazioni professionali, ecc.) nel complesso processo di cura degli animali randagi, abbandonati, maltrattati.

E in questo paese?

Da noi, ma anche a livello di College Europeo, non esiste una specializzazione analoga, non esiste una rete di rifugi e di istituzioni (pubbliche, fondazioni private, grosse associazioni) che supportano una effettiva ed efficace gestione del problema degli animali randagi/non voluti: siamo poco oltre un volontariato approssimativamente organizzato. In meglio, almeno per quanto riguarda l’Italia, non abbiamo più i rifugi “kill”: quelli dove gli animali venivano soppressi se non reclamati entro un certo periodo di tempo.
I rifugi e le associazioni che ci sono, come le tante persone che informalmente si occupano di gatti, lo fanno perlopiù su base volontaria e con scarse risorse economiche; la situazione è solo leggermente migliore nei canili municipali che accolgono anche gatti o in quei comuni che sovvenzionano i gattili.

Chi opera nei rifugi è mosso dall’empatia per gli animali ma è quasi sempre privo di sensibilità/conoscenze mediche: è portato a guardare al singolo che “sta male” e a sottovalutare le cause ambientali/gestionali che spesso sono la causa/concausa della malattia. Non dispone di chiari riferimenti veterinari cui affidarsi, e in carenza di risorse e di conoscenza tende a rivolgersi a chi offre il “massimo ribasso”: che si tratti di sterilizzazioni come di diagnosi, trattamento e prevenzione.
Sia chiaro che si tratta di una critica ma non di un’accusa: un po’ perché quando le risorse economiche non ci sono non ci sono, un po’ perché, per chi è alieno al mondo della veterinaria, non è facile comprendere la struttura dei costi, che uno stesso intervento può costare due, tre volte tanto se effettuato in un modo o in un altro. Si può e si deve capire la gattara che preferisce comprare la scatoletta “buona” ad un accertamento diagnostico: anche se è indubbiamente sbagliato.

È possibile una specializzazione in “shelter” anche da noi? Indubbiamente il terreno non è favorevole innanzitutto sul piano economico: non si può certo pensare ad una specializzazione che come sbocco professionale offra il volontariato o comunque una sotto-remunerazione.
Le potenzialità però esistono: nella opinione pubblica la sensibilità verso gli animali, anche randagi, è in aumento; di soldi, anche se male impiegati, un pochino ne girano; i limiti di una medicina approssimativa diventeranno inevitabilmente sempre più evidenti e stridenti al confronto con quanto si riesce a fare nelle cliniche di alto livello. Qualcuno comincerà a chiedersi perché nei rifugi si muoia così facilmente, perché, se è giusto che un randagio venga così spesso eutanasizzato a prescindere o quasi.

In chiusura bisogna però, credo doverosamente, spendere una parola in favore dei tanti veterinari, che magari in modo improvvisato, a buon senso, “poco scientifico”, con pochi mezzi e scarsa preparazione specifica operano in contesti difficili come i rifugi: spesso per un compenso irrisorio e nulle gratificazioni professionali.
La realtà dell’oggi è questa, la si deve rispettare ma si ha il dovere di guardare avanti.

Fonti:

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