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Gengivostomatite cronica felina (FCGS)

23/07/2019

La gengivostomatite cronica è una sindrome che colpisce gatti anche giovani e si manifesta con difficoltà a mangiare e a deglutire (disfagia), alitosi, perdita progressiva di peso, difficoltà nel grooming e cattive condizioni del pelo, scialorrea (a volte con sanguinamento).
I gatti in queste condizioni presentano una severa infiammazione e lesioni ulcerative o ulcero-proliferative a livello della mucosa orale che si possono estendere fino ad interessare l’area orofaringea; spesso ma non sempre è associata a parodontite e riassorbimento dentale.
Si tratta di una condizione invalidante caratterizzata da forte e persistente dolore per la quale le terapie mediche sono poco efficaci e non risolutive, ma che si può affrontare chirurgicamente con buone possibilità di successo/miglioramento clinico.

Eziologia (ipotetica) e diagnosi

L’eziologia precisa della FCGS è attualmente sconosciuta; si ipotizza che la condizione possa derivare da una risposta inappropriata/eccessiva da parte del sistema immunitario verso la presenza di antigeni batterici e/o virali quali calicivirus (FCV) e herpesvirus (FHV-1). È anche implicata la concomitante presenza di placca batterica e specifiche condizioni associate (es. presenza di placca dentale, tartaro e parodontite).
Da uno studio (1) risulta una maggiore prevalenza di FCGS tra gatti che vivono in comunità rispetto a gatti che vivono da soli e ciò lascia presumere il possibile concorso di agenti trasmissibili nell’eziologia della malattia.
In letteratura vi sono diversi studi indirizzati ad indagare l’esistenza di una relazione causale tra la gengivostomatite cronica e possibili agenti infettivi quali FCV, FHV-1, FIV, FeLV, e B. henselae, senza però arrivare ad una determinazione univoca. A titolo esemplificativo, nello studio di Quimby et al. (2) non si è trovata una correlazione tra gli agenti sopra citati e FCGS mentre in un altro studio (3) si è vista una significativa prelavenza di FeLV tra i casi positivi; dato peraltro non riscontrato in uno studio precedente (4) che aveva invece ipotizzato un maggior coinvolgimento di FCV e FIV. In merito al FCV esiste uno studio (5) in cui la relazione tra carico virale di FCV e la severità delle lesioni non viene dimostrata mentre in altri studi (6) si evidenzia la prevalenza di FCV (e non di altri virus) nel gruppo con gengivostomatite cronica in confronto al gruppo di controllo.

Allo stato si può dunque ipotizzare una eziologia multifattoriale in cui diverse infezioni batteriche e virali possono concorrere ma non sono di per sé determinanti per lo sviluppo della malattia; da un’indagine immunoistochimica sulle lesioni(7) si è visto una predominanza di linfociti CD8+ che suggerisce una risposta cellula-mediata compatibile con un’eziologia virale.

La diagnosi di gengivostomatite cronica si ha tramite l’esame clinico da parte di un medico specializzato in odontostomatologia, radiografie dell’arco dentale e/o biopsie e/o tamponi buccali per individuare la presenza di agenti patogeni specifici (es. FCV).
La valutazione del cavo orale spesso richiede una sedazione sia perché l’animale prova troppo dolore per lasciarsi esaminare che per la necessità di effettuare radiografie dell'arco dentale/biopsie.

È ovviamente fondamentale distinguere tra FCGS e diverse altre patologie del cavo orale quali ad esempio: complesso del granuloma eosinofilico, riassorbimento odontoclastico, e forme tumorali quali carcinoma squamocellulare e fibrosarcoma, ecc.

Implicazioni sistemiche

La gengivostomatite cronica comporta non solo un impatto pesante sulla qualità della vita del gatto, ma ha probabilmente anche importanti implicazioni sistemiche (8). In particolare a livello locale l’infiammazione cronica dei tessuti parodontali porta spesso a lesioni che interessano i tessuti di supporto del dente (retrazione gengivale, perdita di osso, formazione di tasche, riassorbimento radicolare di tipo infiammatorio), con potenziali conseguenze anche sistemiche.
Nell’uomo (9) è stato riscontrato un innalzamento dei marker di infiammazione sistemica (TNF, diverse interleuchine, immunoglobuline, proteina C reattiva, ecc.) in presenza di patologie parodontali che possono almeno in parte spiegare la correlazione con malattie cardiovascolari; correlazioni sono state anche riscontrate con la progressione della malattia renale, il diabete, l’osteoporosi, le polmoniti batteriche e le malattie respiratorie (attribuibili alla disseminazione di batteri presenti nel cavo orale). Evidenze analoghe sono state descritte nel cane; in uno studio retrospettivo (10) si è vista una relazione tra azotemia e severità delle patologie dentali; un altro studio (11) rileva correlazioni tra patologia parodontali e lesioni istopatologiche a carico di reni, miocardio e fegato.
Uno dei pochi studi specifici sul gatto (12) analizza l’andamento di una serie di parametri ematologici e biochimici tra gatti con malattie paradontali trattati chirurgicamente e quelli non trattati: nei gatti non trattati si sono evidenziati livelli più alti di globuline (in particolare IgG), di eosinofili e di AST (indicatore di danno cellulare epatico) e livelli più bassi di albumina: sebbene il significato clinico di queste alterazioni sia aspecifico, confermano che le patologie del cavo orale non hanno solo una valenza locale ma, almeno potenzialmente, sistemica.

Le implicazioni sistemiche delle malattie parodontali devono quindi indurre i proprietari a non sottovalutare queste patologie e ad intervenire precocemente.

Trattamento

Il trattamento d’elezione per la gengivostomatite è chirurgico, e prevede l’estrazione dei denti patologici e di quelli in prossimità delle lesioni infiammatorie, il che spesso si traduce in estrazione di tutti i molari e premolari, o in taluni casi anche di canini e incisivi. Può sembrare un approccio “radicale” ma così non è se si considera che si tratta di una malattia cronica e che i trattamenti medici sono spesso inefficaci. Inoltre, nella grande maggioranza dei casi vi sono sempre un certo numero di denti affetti da specifiche patologie che comunque richiederebbero l’estrazione anche in assenza di stomatite.

Rosita

L’estrazione sutotale o totale è un intervento complesso che deve essere effettuato da chirurghi specializzati in odontostomatologia e in strutture adeguate sul piano del supporto anestesiologico, strumentale (es. il radiologico dentale) e di gestione post-operatoria. Il gatto deve sempre essere preventivamente valutato sotto il profilo ematologico / biochimico e cardio-respiratorio.

Il decorso post-operatorio è generalmente breve e già dopo poche ore e tipicamente alle dimissioni, il gatto riprende ad alimentarsi in modo autonomo con l’eventuale supporto di terapia antalgica/antinfiammatoria protratta per alcuni giorni (gabapentin /meloxicam); in casi selezionati, affetti da cachessia e grave dolore orale, il chirurgo può valutare l’apposizione di un sondino esofagostomico per l’alimentazione nell’immediato post-operatorio.

È bene rassicurare circa il fatto che questo tipo di intervento non comporta alcuna conseguenza sulla capacità del gatto di assumere sia cibo umido che secco.

Con l’estrazione dentale, anche su gatti positivi al FCV, si ha una percentuale di remissione completa dell’ordine del 60%, in un altro 30% dei casi si ha un significativo/apprezzabile miglioramento e solo un 10% è refrattario al trattamento (13).

Il trattamento medico deve essere di tipo multimodale, abbinando a seconda dei casi farmaci analgesici, antibiotici (amoxicillina-acido clavulanico, metronidazolo-spiramicina), immunomodulatori (interferone omega felino), e antinfiammatori (FANS). La somministrazione prolungata di farmaci cortisonici e ciclosporina possono comportare effetti collaterali, in particolare usando le formulazioni a ritardo. Inoltre, non bisogna dimenticare che spesso questi gatti presentano coinfezioni da FCV, FeLV, ecc. che dovrebbero scoraggiare l’uso non strettamente necessario/effettivo di farmaci immunosoppressivi. Anche la rimozione periodica del tartaro non risulta essere risolutiva.

Per completezza si deve ricordare che recentemente si è proposto l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali (14) autologhe nei casi di FCGS refrattaria al trattamento classico, con interessanti risultati. L’uso delle cellule staminali autologhe e allogeniche viene anche proposto per diverse patologie (15) quali asma, enteropatie croniche oltre la FCGS ma, ad oggi, si tratta di trial sperimentali.

Fonti:

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