Storie (sentimentali) dei nostri gatti

Le storie dei gatti sono un po' tutte uguali: dolcezza, tristezza, rimpianto quando le andiamo a ricordare... in questa pagina ne raccontiamo qualcuna...

Gattobrutto

Questa è la storia di Gattobrutto, un gatto brutto, ma brutto, che non si poteva chiamare altro che Gattobrutto.
Era arrivato dai boschi con un messaggio, nascosto tra le paure per la sua malattia. Mi ha insegnato la cosa più importante, che non c'è amore nell'egoismo, nel volere qualcuno per sé a danno degli altri.
Quando l'ho finalmente capito, come un'antico messaggero se n'è tornato nel bosco, e non l'ho mai più rivisto.

Sono passati quasi dieci anni da quando un giorno, notai questo gattaccio che girava intorno a casa. Doveva essere vecchiotto, messo piuttosto male ma ancora forte, e un tempo, forse anche bello. Allora c'era la mia Cincia, Mimi, Gigio, i figli di Mimi e quelli della borgata. Gli davo da mangiare di fuori, perché allora c'erano i gatti "di dentro" e i gatti "di fuori". Ma lui di stare fuori non ne voleva sapere e non appena poteva si infilava attraverso lo sportellino. Una sera, d'accordo con la veterinaria, lo acchiappo e lo metto in un trasportino. Non si era scomposto più di tanto, se ne stava buono buono la dentro, per cui ne n'ero andato a letto tranquillo.

Il mattino dopo però il trasportino era ancora chiuso, ma senza il gatto... Sta bestiaccia era riuscita a forzare la porta e a sgusciare fuori... come, lo sapeva solo lui. Per un paio di giorni non si era fatto vedere... e si può capire, ma il posto gli piaceva e una sera eccolo che mi saluta col suo inconfondibile grugnito. Sì, perché lui non miagolava: grugniva. Sarà stata la sua rinite cronica o non so cosa, ma la sua voce ricordava più quella di un maiale che quella di un gatto. Lascio passare alcune settimane e lo rimetto nel trasportino per 'sta benedetta sterilizzazione, ma stavolta non mi faccio fregare e assicuro bene la porta del trasportino (col fil di ferro non si sa mai). L'intervento era andato bene, ma la veterinaria gli aveva fatto il test ed era risultato FIV.

Non ne sapevo nulla allora della FIV e di tutte quelle malattie. Pensavo che i miei gatti, lassù in mezzo ai boschi dovessero temere al massimo l'improbabile assalto di una volpe, o il farsi male saltando da un albero. "I suoi sono tutti negativi, questo non lo può tenere se non vuole che si infettino pure gli altri. La sentenza della mia veterinaria non ammetteva repliche: o lui fuori dalle balle, o mettere in pericolo la mia Cincia. Nella mia vita ho sempre cercato di evitare le decisioni drastiche, e l'idea di mandare via quel bruttone (ma come poi?) non mi andava. Ma nemmeno volevo e potevo mettere coscientemente a rischio la mia Cincia e la Mimi; loro, per cui avevo abbandonato la città e mi ero rifugiato lassù, per dargli alberi su cui arrampicarsi e prati per correre felici.

Ho provato a parlargli, a fargliela capire in ogni modo. "Senti, non ti voglio mandare via, ma tu cerca di stare alla larga. Ti porto da mangiare, di preparo una cuccia, ma non entrare in casa, non metterti a mangiare con gli altri. Tu sei un pericolo per loro: resta pure, ma stai in disparte". Grugnitino di assenso e dopo due minuti era dentro...

È andata avanti così per settimane: pappa di qua, pappa di là, cuccia e cuccette in giro. Niente. Lui voleva stare in casa, mi saltava sulle ginocchia, voleva venire a dormire sul letto e ci veniva. Era un sabato d'autunno, me lo ricordo bene, quando dopo l'ennesimo "Eccomi qui" e il mio "No, tu stai fuori", mi saltarono i nervi. "Adesso basta!". L'acchiappo, lo sbatto nel trasportino, lo carico in macchina facendo la faccia feroce e metto in moto tutto incazzato. Scendo fino alla borgata di sotto, accosto, apro 'sto trasportino e lo sbatto fuori. "Ecchecazzo, se proprio non la vuoi capire, adesso te ne torni nei tuoi boschi!". Sì, l'ho sperso (anche se in una borgata che dista meno di un chilometro...), ero esasperato, non lo sopportavo più. Me ne torno a casa, mi butto sulla poltrona, ne accendo una e ..."Oh, finalmente di nuovo in pace!".

No. Non avevo ancora finito la sigaretta e me lo vedo spuntare dallo sportellino... attraverso il bosco aveva fatto in fretta...
Sorriso mesto mio: "...Ok, hai vinto tu, non mi hai preso sul serio, vero?" Grugnitino beffardo suo: "No, per niente..."

Da allora Gattobrutto è diventato il mio primo gatto FIV. È vissuto con me, la Cincia e gli altri per oltre quattro anni in buona salute. Ne sono arrivati molti altri, Cincia si è infettata ma è poi morta di un tumore mammario che nulla aveva a che fare con la FIV. È nata l'associazione con l'obiettivo di dare una casa ai gatti malati, a quelli che nessuno vuole.

Un giorno, mentre torno dal lavoro trovo Gattobrutto lungo la strada: "Che fai qui? vieni che andiamo a casa". Ho avuto un brutto presentimento, perché da quelle parti non ci andava mai. E infatti il giorno dopo era sparito. Non l'ho mai più rivisto, era tornato nei suoi boschi...

Gattobrutto mi ha insegnato che non ci sono i tuoi gatti e i gatti "di fuori", che le isole felici prima che impossibili sono ingiuste. Ero andato su quei monti per regalare un mondo perfetto alla mia Cincia, ma era un'illusione. Ora, su quei monti, un posto per i gatti "di fuor" ci sarà sempre.

Grazie Gattobrutto.

Fistolino e Garfield

Fistolino

Le storie di gatti sono in fondo tutte uguali. Arrivano qui, si fa il possibile per garantirgli qualche mese o anno di vita... poi se ne vanno. Si piange, si scava la fossa e si va avanti, con altre storie, con altre vite cui si cerca di dare una possibilità.

Un po' meno di due anni fa, sarà stato novembre o giù di lì, c'era un gatto nero che si aggirava qua attorno. Me lo aveva segnalato anche una persona che ogni tanto veniva a dare una mano al rifugio. "Ma guarda che sta male, sembra abbia qualcosa ad un occhio..." "Sì, lo so, ma bisogna prenderlo". Non ero molto convinto, probabilmente si trattava di uno di passaggio, e mettere la trappola vicino a casa sarebbe stato un casino: sarebbero entrati tutti meno lui... Quel film l'avevo già visto anni prima quando avevo cercato di prendere Simina che aveva un brutto ascesso... e alla fine era guarita da sola.

Una sera l'avevo beccato che si era rifugiato nella cuccia che sta fuori, vicino alla porta. "Proviamo..." - mi dico - "appena mi avvicino con la trappola schizzerà via... ma almeno un tentativo l'avrò fatto". Cercando di fare il meno rumore possibile, tolgo la sicura alla trappola e l'avvicino all'entrata della gabbia: silenzio, nessuna fuga. Tempo trenta secondi e si infila dentro! ... evvai!

Gabbia in macchina, salutino agli altri e via. Che i randagioni stiano bravissimi in macchina è normale: sono talmente spaventati dal trovarsi in una gabbia che fanno l'unica cosa possibile: stare fermi... e pregare di sgamarla alla prima occasione.

Quando però togli la coperta dalla gabbia e la metti sul tavolo da visita, ti devi aspettare le zampate, le ringhiate, i soffi... Invece niente. Se ne stava tranquillo come un gattino abituato ad essere portato dal veterinario. Un'occhiata d'intesa, e proviamo a tirarlo fuori: nessun problema. Si fa visitare, si lascia pulire tutto quel pus che gli aveva quasi coperto l'occhio, si lascia pure mettere la cannula. Mai visto uno così...

Aveva una fistola orofaringea infetta e naturalmente era anche FIV e FeLV positivo, proprio un gatto da Cincia. L'intervento è stato escluso sia per le condizioni generali del gatto, sia perché piuttosto invasivo. Si trattava di tenere sotto controllo l'infezione... e sperare bene.

E in effetti è andata bene, Fistolino e' vissuto bene quasi due anni. Si è ambientato subito, entrava e usciva come voleva, mangiava, si prendeva il sole nell'erba. Negli ultimi tempi, con Lifino, era uno dei miei due angeli custodi: uno su un cuscino, l'altro sull'altro.

E' sempre stato abbastanza bene... oddio, bene per quello che aveva. In quei due anni si è fatto non so quanti cicli di antibiotico. La sua fistola si chiudeva per qualche tempo, poi si infettava di nuovo, così fino a quando ha retto il suo midollo. Poi è cominciata una brutta leucopenia e l'anemia cominciava a diventare importante. Era sempre più debole, dormiva quasi sempre e aveva smesso di mangiare: neanche una trasfusione gli ha dato un fugace sollievo. L'abbiamo addormentato sul suo cuscino...

Questa è la storia che possiamo raccontare noi, ma chissà loro cosa potrebbero raccontare... Non lo sappiamo, non capiamo nulla di loro, della loro vita, delle loro esigenze. Ci illudiamo quando diciamo "il nostro gatto", quando pensiamo di avergli dato tutto l'affetto, tutta la protezione possibile. Da come si è fatto prendere e dal non essersi mai allontanato come invece è stato per tanti altri suppongo che Fistolino abbia voluto farsi aiutare. Lo suppungo, ma non so come mai altri decidono di andarsene: se si offendono per un'attenzione in meno, uno sgarbo, un conflitto con altri, o per qualcos'altro che non si riesce a capire.

Ciao Fistolino...

Garfield

Un giorno mi chiama Paola chiedendomi se posso prendere un gatto che una sua amica aveva catturato in una colonia. Da quel posto ne erano già spariti diversi... e in modo strano. La risposta è stata ovviamente sì.

Dopo la sterilizzazione e qualche giorno di cura per una brutta gengivite era arrivato qui. Era abbastanza tranquillo, ma qualche giorno di gabbia se lo doveva fare, se non altro per finire il ciclo di antibiotico e per abituarsi alla casa. Prima di uscire controllo sempre che le gabbie siano ben chiuse... ma quel mattino no. Era un sabato e sarò stato fuori non più di un'ora o due. Gli è bastato per uscire, infilare lo sportellino che porta fuori e sparire. Quando sono tornato a casa era già tardi, e hai voglia a cercare un gatto per i boschi... Ti incazzi, maledici la tua sbadataggine e nello stesso tempo sai che di errori se ne fanno comunque, che è illusorio pensare di non farne. Ci stai di merda, perché i tuoi errori li pagano sempre loro... ed è questo che ti fa star male.

Poi speri che ritorni, è successo tante volte che scappano, che spariscono per tre o quattro giorni, poi belli belli si rifanno vedere. Magari decidono di stare fuori oppure rientrano in casa: ma lui, no.

Si mettono i cartelli in giro, era un gatto rosso abbastanza riconoscibile... e si spera che qualcuno chiami. E per Garfi hanno chiamato, almeno un paio di persone, ma si trattava sempre di qualcun'altro. Una volta ce n'era uno che mi sembrava, o meglio mi illudevo che gli assomigliasse... in fondo l'avevo visto così poco e poi di tempo ne era passato. Gli avevo anche fatto una foto e l'avevo mandata a Paola per un identikit in diretta...
Passa forse un'altro mese e mi chiama un postino che l'aveva visto girare vicino ad una casa... Beh, lo scettismo era ormai d'obbligo, ma vado a vedere e a mettere altri cartelli in quella zona. Il giorno dopo mi chiama una signora dicendomi che c'è un gatto rosso in quella zona, ma è il loro... Il giorno dopo ancora mi chiama un'altra signora dicendomi che sì, che da due o tre mesi c'è un gatto rosso che viene sempre a mangiare da lei...

Vado a vedere e stavolta era proprio lui! Senza nessun dubbio.

Chiamo Paola dicendogli che stavo andando dal veterinario ...con Garfield. Non ci voleva credere. Che contentezza poterle dare quella notizia! Contentezza di averlo trovato, di aver riparato alla colpa di esserselo fatto scappare... è stato uno dei momenti belli di questo mestiere.

Poi sono stati forse un paio di mesi tranquilli. Garfi si era ambientato benissimo, entrava e usciva come gli altri, veniva a dormire a casa... tutto bene.

Tutto bene fino a quando lo porto a vedere perche' mangiava poco. Si fa un paio di giorni di terapie per la gengivite, ma con scarsi risultati. Non aveva una bella bocca, ma non tale da giusticare quell'abbattimento. Lo porto da Stefano... e la diagnosi è proprio brutta: FIP. Lo ricovera per la solita terapia palliativa... Quando lo vado a prendere lo trovo dimagrito in modo impressionante, debolissimo, mangia, lecca qualcosa più per farmi piacere che per altro. Era chiaro che quel mese o due che la FIP, quando va bene, ti concede per lui ci sarebbero stati.

Due giorni dopo lo devo addormentare... se ne è andato tranquillamente, si è spento senza un rantolo. E tu, un'altra volta sei lì, con la pala in mano, ad asciugarti gli occhi con le mani sporche di terra.

Sordina la gatta che voleva vivere

Ci siamo guardati negli occhi per abbassarli subito dopo sulla siringa. Con quella specie di singhiozzo leggero aveva smesso di respirare. "Se n'è andata..." mi dice. Sì, già con una piccola dose di anestetico ha smesso di respirare. Me la stringo ancora più stretta mentre Veronica finisce di iniettare il farmaco eutanasico in quel corpicino ormai senza vita... Fifino era con noi, era venuto a salutarla anche lui.

Sordina se n'è andata così. Era il secondo giorno che non mangiava e ancora quel mattino avevo provato, con poca convinzione a dire il vero, a darle un pò di omogeneizzato con la siringa. Ma non era come le altre volte che bastava "incominciarla" e poi mangiava di gusto. Non ho avuto dubbi quella volta. Ho chiamato la clinica e sono stato contento quando Veronica mi ha detto "vengo io". Da alcuni giorni ormai non si muoveva più dal cuscino che le avevo sistemato vicino al termosifone.

L'arrivo a casa

L'anno scorso avevamo un banchetto al VegFestival con leSfigatte ed è stato lì che abbiamo conosciuto la "mamma" di Sordina. Paola ci aveva chiesto se potevamo trovare una sistemazione ad una gatta che stava in un cortile di una casa in campagna. Doveva essere una gatta domestica, poi abbandonata dai proprietari quando avevano traslocato. Lei era diventata giocoforza una randagiotta, era stata sterilizzata e un paio di anni prima era risultata positiva a FIV e FeLV. Per non farsi mancare niente aveva pure un brutto carcinoma squamocellulare bilaterale alle orecchie che le aveva letteralmente "mangiato" una buona metà di entrambi i padiglioni auricolari.

Il giorno che Paola aveva deciso di portarla qui, avevo qualche impegno e le ho detto di portarla direttamente in clinica così le fanno subito gli esami e poi sarei passato io a prenderla. Era una bella gattona bianca con la coda scura e qualche macchia rossa e nera. Nonostante la positivita' a FIV/FeLV ed il carcinoma, gli esami erano a posto.


Sordina nella vecchia casa

Sordina si è ambientata molto in fretta. Dopo qualche giorno girava in casa tranquillamente e ci ha messo poco ad imparare l'uso dello sportellino. Ma solo per uscire... per entrare invece voleva che il maggiordomo le aprisse la porta. D'altra parte, io che ci sto a fare? Quelle orecchie però non andavano per niente: le prudevano e, grattandosi, si procurava delle brutte lacerazioni. Qualche macchia qua e là', poi una volta ho trovato la ciotola dell'acqua tutta rossa di sangue... Bisognava fare qualcosa.

L'intervento

Tentare l'intervento o no? Questo è stato il primo quesito. L'asportazione chirurgica è la procedura d'elezione per questi tipi di tumori. Quando è colpita solo la punta delle orecchie si può intervenire con una conchectomia (asportazione completa o parziale del padiglione auricolare) ma in questo caso non era da escludere una TECALBO: un intervento piuttosto invasivo.

O si sceglieva il fatalismo, la rassegnazione o si interveniva: non facendo nulla a Sordina restavano un paio di mesi.
Quando si tratta di decidere su interventi importanti ci si chiede sempre se ne vale la pena, se non lo facciamo soffrire inutilmente, che prognosi, che qualità di vita può avere. Tutte domande legittime, ma che non possono avere risposta e quindi sono inutili. Non possiamo chiedere loro il consenso informato: tocca a noi l'onere della decisione e dobbiamo decidere sulla base di elementi concreti sapendo che nessuno può "garantirci" nulla e soprattutto sapendo che per il tanax c'è sempre tempo.

L'intervento è andato meglio del previsto e si è evitata l'asportazione dell'orecchio interno: nei primi giorni del post-operatorio lei stava bene e mangiava di gusto. Dopo qualche giorno dall'operazione, però Sordina ha sviluppato una grave anemia. L'ematocrito ha cominciato a scendere: da 31 che era prima dell'intervento e' sceso a 21 per crollare a 6 nell'arco di pochi giorni.

Allora si sperava molto nell'interferone omega felino (oggi l'efficacia di questo farmaco è stata piuttosto ridimensionata) e Sordina l'aveva fatto, ma, nonostante questo, la conta dei reticolociti (un importante segno di recupero da un'anemia) non dava grandi speranze... anche se clinicamente stava bene: con la sua faccetta buffa senza un filo d'orecchie, continuava a mangiare e comportarsi normalmente, come se quegli esami non fossero i suoi.

Saranno stati i ripetuti cicli di interferone o chissà che ma pian piano l'ematocrito risaliva fino a ritornare normale... Evvai!!!

L'autunno e l'inverno

Sordina stava bene, usciva al mattino e se ne stava in giro tutto il giorno, si faceva delle corse a perdifiato sul prato, saltava... e ogni tanto faceva pure la prepotente con gli altri.

Per quattro mesi è andato tutto benissimo, quando cominciava a fare freddo lei usciva la mattina e alla sera la recuperavo nella stalla, dove andava a scaldarsi in mezzo al fieno con la pecorona e la capretta...

Sordina non è mai stata una gatta coccolona. Si faceva accarezzare e ogni tanto ti faceva le fusa, ma era di quelle che se ne stanno sulle sue. "Sì, sei mio amico, ma ...a distanza" sembrava dire. Ci sono gatti un pò appiccicosi e altri che proprio di te se ne fregano. Lei era diversa. Non ti veniva mai in braccio, una carezzina ok, ma poi basta. Non so se questo fosse a causa del suo abbandono e della diffidenza che ne era derivata, o se fosse proprio così di carattere.

I gatti sono così. Puoi metterti in ginocchio, dargli anche tutto l'oro del mondo, ma manterranno sempre quella distanza, saranno sempre "altro" da te, e non mancheranno di fartelo capire...

La recidiva e la FIP

L'esperienza insegna che sui gatti FIV e FeLV, anche i segni più insignificanti non si devono mai sottovalutare. Un abbattimento, una leggera letargia, un'inappetenza possono essere niente ma possono anche essere sintomi di patologie importanti. Patologie che si possono curare se diagnosticate per tempo. Vale sempre, ma in particolare per questi gatti il cui sistema immunitario è compromesso.

Infatti, come temevo, non si trattava di una banale infezione, di un'irritazione causata da un grattamento, ma di una recidiva del tumore. Recidiva che aveva colpito la cute in corrispondenza della tempia.

Così, a inizio gennaio Sordina è ritornata in clinica dove, inoltre, si sono accorti della comparsa di un sospetto rigonfiamento dell'addome. Aspirano e ne esce quel liquido giallo filamentoso che non lascia molti dubbi...Fanno un'ecocardiografia per escludere problemi cardiaci e, purtroppo, come si era subito sospettato, e come i successivi esami confermeranno, si trattava di un versamento da FIP.

FIV, FeLV e FIP...

Una gatta FIV, FeLV e ora anche FIP, con un carcinoma recidivante, sarebbe da sopprimere. La FIP, specie la forma umida come in questo caso, è una patologia che porta a morte nell'arco di settimane o di mesi.

È bene ricordare che non esistono cure per la FIP: si immunosopprime, si drena il versamento per dare sollievo al gatto ma nulla di più: a volte non serve a niente, altre volte si prolunga la vita di settimane o di qualche mese, con una discreta qualità della vita.
Allora la diagnosi di FIP si basava sull'esame del versamento e poco più, oggi esiste un esame che ricerca specifiche mutazioni del coronavirus che ha buona specificità e sensibilità, ma comunque lascia dei margini di incertezza.

Di fronte ad una malattia incurabile ci si deve sempre porre il problema dell'accanimento terapeutico. Era giusto ricercare l'alchimia di farmaci che le consentissero di andare avanti? Era preferibile un gesto di pietà? È stato egoismo e voglia di dimostrare la nostra capacità di "fare qualcosa"? Le abbiamo fatto del bene o abbiamo solo prolungato la sua agonia?...
A queste domande non si possano dare risposte univoche. In quei due mesi abbiamo guardato, ogni giorno, a due cose: prima di tutto alla sua voglia di vivere e, poi, a non effettuare esami clinici invasivi e/o non strettamente necessari.


Sordina e Lifino

In quei due mesi Sordina è vissuta sempre nella sua casa, in compagnia degli altri gatti, libera di muoversi, di uscire a prendere il sole, di scegliersi il posto dove mangiare e dormire. Questa è la storia di quei due mesi.

I due mesi

Quella domenica Paola, come faceva da tempo, era venuta al rifugio per dare una mano nella cura dei gatti e, finito il lavoro, siamo andati a trovarla in clinica. Il versamento era ormai assorbito e l'intenzione era quella di portarla a casa dove avrebbe potuto continuare la terapia. Stavamo entrando quando sentiamo un gatto che urla. Era lei... emetteva vocalizzi, non si reggeva in piedi, respirava male... Davide e Saray l'avevano tolta poco prima dalla gabbia per controllarla con l'ecografo e lì, quando era coricata su un fianco, era iniziata la crisi. Non aveva quasi riflesso pupillare, era dispnoica...Temevano che se ne andasse. "Per fortuna che era in clinica... fosse successo a casa, con me presente o meno, sarebbe andata diversamente..." Mentre gli stavamo dando l'ossigeno, la controllavano, non pensavo però a niente. In quei frangenti non pensi - non devi pensare - a niente se non a fare quello che devi: dovevo tenerle vicino il tubicino dell'ossigeno e basta. Per fortuna quella crisi è durata poco. Nell'arco di pochi minuti il respiro ha cominciato a regolarizzarsi, dopo dopo Sordina si reggeva già in piedi sul tavolo da visita. Ancora un accenno di crisi quando stupidamente l'ho presa in braccio a pancia in su... Poi, rimessa in gabbia era di nuovo tranquilla... e ha pensato bene di mettersi a mangiare.

Cosa fosse successo non l'abbiamo capito. Probabilmente si è trattato di una sindrome vaso-vagale ...vai a sapere. Quando ce ne siamo andati dalla clinica ho detto a Paola di salutarla...
L'abbiamo lasciata lì dove poteva essere controllata di continuo. Non ci sono state altre crisi e dopo qualche giorno è finalmente potuta tornare a casa. Le prime giornate sono state un incubo: non tanto per lei che stava bene e che si faceva gli affari suoi come al solito, quanto per me. Mi aspettavo una di quelle crisi in ogni momento. Al mattino avevo paura ad alzarmi per il timore di trovarla morta da qualche parte, e così pure alla sera... quando rientravo dal lavoro ed aprivo la porta senza vederla come di consueto sul divano. Poi, magari la beccavo mentre si stava mangiando i croccantini e mi guardava come a dire: "Beh? Che vuoi?... ciao" e continuava a mangiare.

Una casa piena di gatti non è certo il posto ideale per un gatto FeLV-positivo e, a maggior ragione, per un FeLV-positivo sotto terapia immunosoppressiva. Un gatto FIV o FeLV dovrebbe vivere in un posto tranquillo: da solo o con pochi altri gatti... non certo in una casa-rifugio dove la possibilità di contrarre infezioni, anche banali, è molto alta.
Una rinotracheite che in un gatto adulto sano si risolve spesso con poche cure ed in breve tempo, per un gatto in queste condizioni o per dei gattini può diventare un problema serio. Quando un gatto, a causa di quello che chiamiamo gergalmente "raffreddore", non riesce a sentire gli odori non mangia. Allora bisogna aiutarlo, mettendogli dei pezzettini di cibo in bocca o usando una siringa con dell'omogeneizzato o, nei casi più gravi, mettendogli un sondino.

Con tanti gatti per casa era impossibile che Sordina non si prendesse nulla, ma per fortuna sono stati solo banali raffreddori con un pò di scolo, che però le toglievano appetito e quindi bisognava imboccarla, fare dell'aerosol, darle degli inutili antibiotici (spesso queste infezioni sono virali).

Il versamento non si era riformato e non c'erano state infezioni importanti, però c'è stata una significativa progressione del carcinoma. Sentito Stefano, abbiamo deciso di tentare un ciclo di chemioterapia (anche se su quel tipo di tumore non è molto efficace): il farmaco veniva somministrato in vena e quindi doveva stare in ambulatorio per una mezza giornata: poco male, lei era abituata, in macchina se ne stava brava nel trasportino e non dava l'impressione di patirne troppo.

A febbraio Sordina ha manifestato un paio di episodi che per certi versi hanno ricordato la crisi che aveva avuto la prima volta in clinica. Forti miagolii (ma essendo sorda non si sentiva e, quindi, alzava il volume), sbandamenti nel camminare, voglia di uscire improvvisa... La prima cosa che ti viene da pensare in questi casi è che ti stia dicendo: "Basta!, lasciatemi andare...". È vero che stava dimagrendo, beveva molto, mangiava meno ed era sempre più incerta sulle zampe, ma andava a giorni.
C'erano quelli in cui se ne stava a dormire tutto il giorno ed altri in cui la vedevi arzilla e quasi vivace. Davide è venuto in uno di quelli buoni: una giornata luminosa dopo la nevicata della notte.
"Ti sembra che sia ora?"
"No" mi ha risposto. Ero d'accordo. Abbiamo deciso di regalarle quanti più giorni possibile... e lei di voglia di vivere ne aveva ancora.

A metà febbraio non c'era un filo di versamento, ma Sordina era diventata fortemente anemica. All'auscultazione non si riscontravano anomalie; il tumore cutaneo era significativamente regredito, ma ecograficamente la struttura dei reni appariva alterata. Abbiamo iniziato a somministrarle eritropoietina per provare a stimolare la produzione di globuli rossi da parte del midollo osseo.

Sono contento che Paola sia riuscita a vederla ancora una volta verso fine mese quando stava ancora abbastanza bene. Voleva starsene fuori, davanti alla porta a prendere il sole. Ci è anche scappata quel giorno... la birichina...

Poi basta. Gli ultimi giorni se ne stava sempre vicino al termosifone, mangiava sempre meno e le mucose erano sempre più pallide. Il 3 marzo, verso le 16, ha smesso di respirare.

La domenica seguente, io e Manu, l'abbiamo messa a dormire con gli altri.

Un ringraziamento speciale a tutti i veterinari che l'hanno seguita.

I "miracoli" di Noche

Una calda sera d'estate mia mamma decise di scendere dalla collina con la sorella per andare a trovare delle amiche, ma la strada era bloccata da una macchina che si era fermata. C'era una gattina nera che dormiva proprio nel bel mezzo della strada sterrata: dalla macchina era scesa una ragazza che ha preso la piccolina e l'ha convinta ad andare a dormire in un posto meno pericoloso.

Al ritorno dalla serata mia mamma notò che nel mezzo di quella strada c'era ancora la batuffolina nera, e sua sorella le disse: "ma Anna non la prendere è malata!". Mia mamma tornò a casa e parlò con il capo famiglia, mio padre, che non credendo al racconto volle subito andare a vedere se la gattina era sempre lì. Ebbene sì ...e sembrava che dicesse: "Prendetemi!!" E cosi' fu presa!

Era piccola e brutta, aveva le orecchie enormi, magra, piena di pulci e poteva avere non più di due mesi. Io iniziai fin da subito a fotografarla e le sorelle di mia mamma subito a pensare che avevamo preso una gatta che poteva avere tutte le malattie del mondo!

Nera come la notte e un riflesso color noce, ecco "Noche" ...era il nome più giusto! Il giorno dopo andammo subito dal veterinario che ci consigliò un periodo di isolamento, in attesa dell'esito di alcuni test: FIV, FeLV e FIP! Noi abbiamo già una gatta, quindi i sogni di vederle insieme erano nati fin dal primo giorno, pensando che Camilla gli avrebbe fatto da mamma, ma i test non arrivavano...

Così Noche si passò 40 giorni di isolamento in una veranda, finchè un giorno ci dissero che era malata di FeLV e FIP e non avremmo mai potuto metterla insieme ad altri mici! Giochi diversi con il nome sopra, ciotole diverse, lavarsi le mani dopo averla toccata, mille attenzioni, i turni per poter stare con noi.

Passarono due anni di carcere finché un giorno decidemmo di trovare un po' di compagnia a Noche. Cercai in internet, su google ... "gatti fip..", "gatti fip torino.." trovai un sito "la Cincia" e decisi di esporre il mio problema: "ho una gatta malata di FIP e FeLV, posso cercargli un compagno o anche una compagna di gioco anche loro malati?" Mi risposero chiedendomi se ero sicura, se non mi ero sbagliata, che era impossibile... ecc. Allora cercai i test e spiegai nuovamente alla Cincia che era proprio cosi'... ma mi risposero sicuri: "non puo' essere! Portaci la gatta che la facciamo rivedere".

Nel frattempo, un giorno, passando davanti ad uno stand di un canile, che invitava a non abbandonare i cani (e c'erano numerose foto di cani con occhi pieni di sofferenza) pensai.. massi'.. perché non prendere un compagno di gioco per Noche, tanto... l'idea di metterla con altri gatti era svanita. E cosi' prendemmo un cucciolo: Arthur! Che ridere vederli giocare insieme.. Noche si diverte ancora adesso a fargli gli agguati!

La conversazione tramite e-mail con la Cincia era aperta e un giorno fissammo un'appuntamento con un loro veterinario: il dott. Stefano Bo esperto in malattie infettive dei gatti. Gli fecero subito un test sulla FeLV: il risultato fu immediato...negativooooohhh!! Che bello, non ci credevo!! Il cassetto delle speranze e dei sogni si aprì, ma non del tutto: bisognava ancora capire la storia della FIP; sembrava tutto irreale!

Dopo 20 giorni il miracolo: Noche non aveva mai avuto nessuna malattia!! Due anni di reclusione per niente, andammo dal nostro veterinario il quale si arrabbiò perché disse che non dovevo neanche provare a cercare un compagno per Noche perché non si mettono gatti malati insieme.. in piu disse che era impossibile!! Che i miracoli non esistono! [NdR: vero i miracoli non esistono, ma le diagnosi sbagliate sì] ..e decidemmo allora di rifare il test.. e ovviamente Noche non era malata!!

Il veterinario non voleva credere al risultato e non sapeva darsi una spiegazione, comunque sia l'importante e' che Noche non sia malata!

Grazie alla Cincia Noche ha conosciuto i membri della nostra famiglia. Non è stato tutto liscio come potrebbe sembrare, perché Camilla, la gatta che abbiamo è molto, molto gelosa quindi altri due mesi per farle abituare alla convivenza tenendo Camilla al guinzaglio ma adesso sono amiche; anche se non sempre, ma il tempo le aiuterà! Un ringraziamento particolare alla Cincia che mi ha aiutato a solo scopo benefico.

Barbara M.

NdR: Noche era una gatta con FeLV abortiva: era risultata positiva ad un test antigenico ELISA ed è risultata negativa ad un una PCR provirus effettuata a mesi di distanza. Quanto alla FIP, semplicemente non ha mai avuto alcuna FIP: il veterinario aveva effettuato un test sul FCoV (il coronavirus felino) che è molto comune e non è indicativo di FIP: ad un successivo test, sempre dello stesso tipo è poi risultata negativa in quanto, in molti casi anche se non sempre, i gatti con questa infezione si negativizzano.

Stortina: una (bella) storia di FIP

Quando la mia socia mi ha chiesto di prendere una gatta che volevano sopprimere mi son detto: "oddio, ma perché dobbiamo sempre imbatterci in questi casi senza speranza...". Era un anno fa, e in quel periodo di casi al limite dell'accanimento terapeutico ne avevamo avuti parecchi, ed erano tutti finiti male.

Questa gatta, giovane, di due o tre anni, arrivava da un rifugio: aveva un'atassia completa delle zampe posteriori e non riusciva nemmeno a spostarsi usando le zampe anteriori. Giaceva sempre su un fianco ed era incontinente; l'unica nota positiva in questo quadro disastroso era che mangiava. I veterinari di quell'ambulatorio avevano proposto una TAC perché dalla radiografia sembrava ci fosse un problema alle bolle timpaniche. Peccato che per un rifugio sostenere il costo di una TAC fosse improponibile, e in quelle condizioni l'unica soluzione era l'eutanasia. Quando me la sono vista davanti non avrei saputo dire se l'aver incontrato Manu fosse stato per lei una fortuna o solo un prolungamento della sua sofferenza.

"Va bene, teniamola qui fin che mangia... poi si vedrà". Sulla TAC eravamo dubbiosi anche noi: per il costo ovviamente, ma anche perché non era chiaro se quell'accertamento diagnostico avrebbe potuto darci indicazioni utili a farla guarire o solo a certificare una malattia incurabile. Intanto le sue condizioni continuavano a peggiorare. Era sempre più difficile tenerla pulita, doveva aver male perché non si faceva toccare, né tantomeno si riusciva a farle il bagnetto, o almeno da solo non ci riuscivo. Ma continuava a mangiare...

Tenerla così senza tentare nulla non aveva senso, e alla fine decidemmo di portarla da Stefano per un consulto. Secondo lui, dalla lastra non c'era nessun problema alle bolle timpaniche, però con quella sintomatologia c'era una buona probabilità che fosse FIP... e la PCR sul liquor e sull'umor vitreo qualche giorno dopo lo confermava. [NdR: a quel tempo non c'erano PCR che fossero in grado di distinguere tra Il FIPV (o almeno alcune varianti di esso) e il normale FCoV; si trattava comunque di un esame significativo in quanto la presenza del FCoV nel liquor è tipica di una FIP e non di una normale infezione enterica da coronavirus]

La FIP, come spieghiamo più diffusamente sul sito, è una malattia, sempre letale e di difficile diagnosi: il riscontro strumentale della positività al coronavirus da solo non significa nulla. Moltissimi gatti sono positivi a questo virus, ma non per questo sono FIP. Quando però alla positività si associa una specifica sintomatologia allora, e solo allora si può parlare, ipotizzare una FIP. E Melbourne (così si chiamava prima Stortina) presentava un quadro di FIP secca.
Per la FIP, anche nella forma"secca" com'era quella di Melbourne, non c'è nessuna cura risolutiva ma solo delle terapie che possono dare dei miglioramenti temporanei e non certo duraturi. Lei era in condizioni davvero gravi, sopratutto in termini di qualità della vita, però a quel punto tanto valeva provarci. Le sue prospettive erano il Tanax subito o il Tanax dopo pochi giorni o settimane. La terapia avrebbe potuto aiutarla o non servire a nulla: non si poteva sapere in anticipo.

E la terapia sembra funzionare. Il primo risultato è stato vederla mangiare in una postura quasi normale, poi il trascinarsi verso la cassetta per i suoi bisogni, poi ricominciare a leccarsi... Era lontanissima dall'aver riacquistato la normalità ma altrettanto lontana dallo stato in cui era arrivata. Nell'arco di poco nemmeno un paio di mesi aveva riacquistato una quasi normale mobilità all'interno di un gabbione. Era in grado di spostarsi dalla cuccia, alla ciotola, alla cassetta. Per una gatta che mangiava coricata su un fianco, incapace pure di trascinarsi di venti centimetri era un progresso enorme.

Ogni tanto provavo a farla uscire dalla gabbia, che comunque è sempre stata aperta, per vedere se riusciva a camminare, ma era inutile, si ribellava, forse aveva paura a trovarsi in uno spazio aperto, o forse se ne stava semplicemente bene lì. Ogni sera la sua iniezioncina di cortisone, l'interferone due volte la settimana. Sempre di buon appetito, un bel pelo lucido ...e un pure un filo di ciccia. Così per un sei mesi buoni, fin verso fine dell'anno scorso, quando una sera...

"Ma dove diavolo è Stortina?" mi sono chiesto non trovandola come ogni sera nella sua cuccetta? ...era tranquilla in un angolo della stanza. Da quella volta nel gabbione ci è stata ben poco. Stava sul letto, poi su un divano, ha cominciato ad uscire fuori casa. Adesso fa le scale senza il minimo problema, salta su e giù dal tavolo, mangia e dorme con gli altri e si fa anche delle corsette nel prato. Non è isolata perché non ha alcun senso isolare un gatto FIP. Gli è rimasto il capino un po' storto e un occhio un po' chiuso. Per il resto si muove in modo praticamente normale. Non male per una che doveva essere soppressa un anno fa, vero?

Attualmente continua la terapia con interferone e cortisone a dosi di mantenimento: una terapia non proprio economica ma nemmeno insostenibile. Questo non vuol dire che è guarita dalla FIP ma vuol dire che è un'anno che vive normalmente, e da circa sei mesi mangiando, dormendo, correndo assieme agli altri, e speriamo proprio che continui così...

Epilogo: Stortina purtroppo ci ha lasciati non molto dopo questo video. Una sera l'ho vista che respirava un tantino affannata. Speravo fosse una forma respiratoria, invece si trattava di un versamento. La FIP da "secca" che era è diventata "umida" ...e non c'è stato più nulla da fare...
Gli abbiamo regalato oltre un anno: di più non siamo stati capaci...

Lazzarina

Quando mi hanno chiamato perché da M. c'era un gatto che stava male ho subito pensato a un altro avvelenamento. Ce ne sono già stati diversi, tutti denunciati, ma naturalmente senza che si sia mai trovato (e forse neppure cercato) un colpevole. Mettere il veleno è un atto ignobile e vigliacco sempre, ma quando lo si fa per colpire una persona nei suoi unici affetti, uccidendo i suoi animali, è se possibile ancora più grave e vergognoso.

Abbiamo cercato dappertutto e quando l'ho poi trovato vicino alla porta della cantina, tutto sporco di una diarrea gialla da far paura, flaccido come uno straccetto, con quegli occhietti spenti, mi sono solo detto: "Eccone un altro..." e mi sono pure incavolato con quel signore: "Potevi aspettare ancora un po' a chiamarmi!" gli ho quasi gridato...

Ero nero: con me stesso, con lui, con questo mestiere che ti mette sempre in queste situazioni. "Evviva..." mi sono detto "una bella corsa dal vet e poi a scavare un'altra fossa". Ogni tanto buttavo l'occhio alla gabbietta per vedere se respirava ancora: non ero affatto sicuro di riuscire a portarlo in clinica ancora vivo. Sarei stato solo contento che non si fosse trattato di un (altro) avvelenamento.

Povero M., portandomi via quel mezzo cadaverino gli avevo poi dato una pacca sulla spalla; mi dispiaceva di essere stato duro con lui... ma perché non chiamarmi prima!

Trentatré di temperatura, pressione non misurabile, pupille senza quasi nessuna reazione. Non so come, ma Francesca era riuscita a prendergli la vena. Mentre stava preparando la gabbietta e mettendo in funzione la pompa ad infusione, quell'affarino bianco si era tirato su un momento... ma solo per accasciarsi su un fianco dopo un rantolo proprio brutto. Ci siamo guardati, e credo che tutti e due abbiamo pensato la stessa cosa. "Dai, vediamo..." le ho detto. E me ne sono andato scommettendo con me stesso che non sarebbe arrivato a sera.

Dai primi esami era venuto fuori che aveva 18 di glicemia, e 2000 bianchi. Non era, come mi ero illuso, una infestazione massiva da parassiti che era stata trascurata, M. non aveva tardato a chiamarmi. Era panleucopenia, e quest'anno se ne era già portati via tanti. Nei cuccioli la mortalità è molto alta, quelli più grandicelli hanno qualche speranza in più, ma in quelle condizioni...

Alla sera era ancora vivo, il mattino dopo pure, e dopo un paio di giorni la buona notizia che i bianchi cominciano a salire, che teneva la temperatura e la glicemia. Se non fosse stato monitorato giorno e notte, se ne sarebbe già andato, perché in casi estremi come quello non può certo bastare metterlo in flebo e aspettare. Se non si tengono sotto controllo i parametri vitali e non si interviene in modo tempestivo il sistema immunitario e la buona sorte non bastano di sicuro.

Per quattro o cinque giorni si registrano dei piccoli miglioramenti, tanto che smetto di chiamare quelle due o tre volte al giorno per avere notizie. Ma non era destino che filasse liscia e quando cominciava a leccare qualcosa, a mostrare qualche segno clinico incoraggiante è crollato il livello di albumina... Veronica è stata chiara: "Proviamo una trasfusione". Pitbull, un gattone bianco e rosso che con la sua coda tagliata ha davvero l'aria da pitbull, è disponibile, e può dare quei 50 cc di sangue che, forse, gli possono salvare la vita.

Passa un altro giorno, due e stavolta la ripresa è più netta, decisa. Comincia a mangiare da solo, a dormire bello arrotolato, a fare le fusa... Ormai si può considerare convalescente. Dopo due settimane di clinica, di flebo, di esami, possiamo finalmente trasferirlo in un reparto normale, a completare la cura e a riprendere forze.

Qualche giorno fa è stato adottato. Nome del gatto, che poi è una gattina: Lazzarina.

Fifi: abbandonato perche' FIV e FeLV

"Fino a un paio di mesi fa vivevo in una bella casa con delle persone che mi volevano bene, mi coccolavano e non mi facevano mancare niente. Pappa buona, cuccia calda e c'era anche un'altra gattina con cui giocare.

Un bel giorno mi portarono dal dottore per sterilizzarmi (bho, ...dicevano così). Vabbè, non è stato proprio un piacere ma la sera stessa sono venuti a prendermi. Mentre aspettavo nel trasportino sentivo che parlavano fitto fitto col dottore di un test che mi avevano fatto... Alla sera li vedevo strani: scostanti, non mi parlavano né mi coccolavano come al solito.

Qualcosa che non andava c'era, e infatti il giorno dopo mi hanno caricato in macchina e mi hanno mollato in un posto che non conoscevo, e se ne sono andati. Di colpo mi sono ritrovato senza casa, senza compagnia, senza cibo, senza capire cosa mai avessi combinato per meritarmi tutto quello. Scaricato senza tanti complimenti, insomma...".

La storia di Fifi non dev'essere molto diversa da questa. Quando delle persone ci avevano chiamati perché c'era questo gatto che gironzolava da loro, vedendo che era appena stato sterilizzato, abbiamo subito pensato che si fosse perso, e abbiamo messo i cartelli in tutti i punti "strategici" del paese. Ma passavano i giorni e nessuno si faceva vivo; passava ancora qualche giorno e lo portavamo dal vet per una banale tracheite.

Di solito il test FIV/FeLV lo facciamo solo ai gatti che entrano al rifugio e a quelli che devono andare in adozione. Per lui invece si trattava solo di aspettare che si facessero vivi quelli che lo avevano perso. Per un disguido però, il test glielo hanno fatto lo stesso, ed era risultato positivo sia alla FIV che alla FeLV.

Il giorno dopo abbiamo tolto i cartelli perché ormai era chiarissimo quello che era successo.

Da allora è diventato FiFi ed ora è al rifugio con gli altri. Al momento non presenta il minimo sintomo e anche gli esami del sangue sono perfettamente a posto.

L'ideale sarebbe una persona che non ha altri gatti o che ne ha già con questa malattia.

Storie come queste non sono però solo frutto di egoismo e disinteresse nei confronti dei propri animali. Tante volte una informazione approssimativa e semplicistica, anche veicolata da alcuni veterinari, è tale da suscitare paure eccessive, e non bisogna poi stupirsi se alcune persone si comportino in questo modo.

FIV e FeLV sono sì malattie importanti, ma il "terrorismo" che ancora oggi viene fatto, anche se molto meno rispetto ad anni fa, è un pessimo servizio alla credibilità della medicina, oltre che ovviamente ai gatti e anche ai proprietari. Informare sui rischi di contagio, far presente che questi gatti possono andare incontro con maggior facilità a tutta una serie di patologie è giusto e doveroso: spaventare i proprietari no.

La storia di Robi

Fuori, la giornata doveva essere agli sgoccioli, perché se ne erano ormai andati quasi tutti spegnendo le luci, e presto quel posto sarebbe sprofondato nel buio: un buio rotto solo dai lamenti, dalle grida, dalle bestemmie di qualcuno che andava fuori di testa.

Robi aveva una quarantina d'anni; era una donna esile, che portava sul volto i segni di una passata bellezza. Ma era malata, respirava sempre più a fatica, tossiva e ogni volta sembrava che le si spaccassero quei poveri polmoni. Non mangiava quasi niente da tempo e quel suo corpo minuto si era fatto sempre più scarno; il volto solcato da rughe innaturali che non erano dell'età. In quel posto da mesi non le facevano più niente, la lasciavano in quella cella da sola tutto il giorno, le portavano un po' di cibo e basta. Di giorno vedeva un pezzo di corridoio e qualcuno che passava, di notte era solo il buio. Ora più niente, ma prima, quando era più giovane, quasi ogni giorno la trascinavano in un'altra stanza e gli facevano delle cose che lei non capiva, che a volte le facevano male da urlare e altre volte no.

C'erano tante ragazze come lei in quel posto, a volte si incrociavano e si scambiavano uno sguardo fugace quando gli sbirri le prendevano per portarle in quella stanza: ma solo uno sguardo era permesso, nulla di più. E poi cosa mai avrebbero avuto da dirsi? Robi non aveva la percezione del tempo come non l'aveva della sua stessa vita, non sapeva quasi parlare, non sapeva correre, non sapeva niente. Era nata in una specie di orfanotrofio, dove era cresciuta senza una madre, con dei fratellini che poi non aveva mai più rivisto e che ora nemmeno ricordava. Poi, ancora adolescente l'avevano portata là dentro, in una di quelle celle tutte uguali a invecchiare e marcire. Per tutta la vita non aveva visto altro che quelle pareti, quell'altra stanza piena di attrezzi strani e quegli individui che di tanto in tanto la prendevano, la scrutavano, la toccavano, le mettevano delle cose in bocca o le piantavano degli aghi nel corpo: e basta.

Non c'era niente nella sua vita: niente presente, niente futuro né passato. Robi era un corpo in cui il sangue circolava, che si alimentava ed evacuava, che soffriva le sue tempeste ormonali, che quando poteva dormiva. Non pensava perché non c';era nulla a cui pensare, nulla che potesse desiderare se non che la lasciassero stare, che non venissero a prenderla per portarla di nuovo in quella stanza dove le facevano quelle cose di cui aveva tanta paura.

Non sapeva niente della vita, non sapeva cosa fossero il vento o la pioggia, né tanto meno cosa mai fosse l'amore, o meglio ricordava una sofferenza strana, un bisogno fisico che non capiva e non riusciva a calmare e che la faceva star male per giorni; che passava per poi ricominciare di nuovo. No, della vita qualcosa conosceva: lo star male, il soffrire, l'aver paura di quello che poteva succederle ogni giorno, in ogni momento.

I giorni belli erano quando non stava male e poteva starsene rannicchiata tutto il giorno in un angolo della sua celletta a seguire il volo insensato di una mosca, ad appisolarsi, a riaprire gli occhi, cercando un sogno che non poteva esserci perché non aveva nulla da sognare.

Eppure Robi era bella, era davvero bella a saperla guardare in quegli occhi insieme di donna e di bambina. Era bello il suo incedere fragile su quelle gambe magre, i suoi piccoli seni stanchi, il suo volto segnato; era bello pensare come la sua bellezza non si fosse arresa a quell'incubo infinito.

Quella notte se ne stava sdraiata a guardare il nero del soffitto, senza che un pensiero solcasse quel vuoto: solo la sua maledetta tosse a scandire le ore che passavano. Non lo sapeva ancora, ma quella notte sarebbe stata l'ultima in quel posto.L'indomani sarebbero arrivate delle persone che l'avrebbero portata via da lì...

... ... ...

Non è l'incipit di un romanzetto di fantascienza, o il tentativo maldestro di riscrivere "Il Castello": questa storia è tuttavera, solo che Robi non è una donna ma una gatta che ha vissuto più di metà della sua vita in un laboratorio di sperimentazione. Robi è una gatta fortunata perché molte delle sue compagne di sventura escono solo dal camino (sì, è una citazione), senza mai aver visto la luce del sole o corso in un prato.

Non sono capace di pensare a cosa può essere una vita senza aver nulla a cui poter pensare, senza poter vedere nulla del mondoaltro che le pareti di uno stabulario; non mi è possibile immaginare una vita in cui le uniche sensazioni siano la paura, la noia e la sofferenza. La vita degli animali "da sperimentazione" è tutta lì: nascono già malati (modificati geneticamente), o vengono infettati apposta, come è successo a Robi e alle sue compagne; vengono usati come materiale di consumo del valore di poche decine di euro, e poi semplicemente si buttano via come vuoti a perdere, come rifiuti speciali.

Le immagini strazianti di G. Berengario Garden, di quegli esseri sprofondati nell'atroce follia dei manicomi sono forse l'immagine più vicina di quello che può essere un laboratorio: lì non ci sono i muri scrostati e i cessi luridi, ma gli occhi degli animali rinchiusi ci raccontano la stessa sofferenza, la paura, l'abisso in cui venivano sprofondati quei disgraziati: abbandonati da tutti, maltrattati, violentati e umiliati per la colpa di non essere normali gli uni, per la colpa di non essere umani gli altri.

... ...oddio il cielo! Oddio la luce del sole, l'aria fresca di aprile! Oddio i colori, gli odori, lo spazio libero! Attraverso la grata del trasportino vedeva quel ben di dio e non si poteva capacitare, non sapeva se averne paura o gioire.

Poi un lungo viaggio in macchina: faceva caldo, aveva sete, doveva fare pipì ma non le importava; gli occhi spalancati a rincorrere gli alberi che fuggivano via veloci dai finestrini dell'auto, il sole che l'accecava, il buio di una galleria e il rimbombo del motore, e poi di nuovo il sole e la luce.

Arrivò in un posto bellissimo; un grande prato pieno di gatti che gironzolavano liberi, con gli alberi e tante piccole casette come in una fiaba che nessuno le aveva mai raccontato. Ciotole colme di pappa, l'erba, la ghiaia, e quella ragazza che se la teneva tra le braccia, le passava e ripassava la mano sulla testa e sulla schiena, le sfiorava il nasetto caccoloso con le labbra. Le parlava e le diceva cose che ancora non capiva, come con capiva che quelle erano carezze e baci; non capiva, ma le piacevano quei gesti così diversi dall'essere afferrata, costretta, immobilizzata.

Che bello vedere altri gatti come lei, annusarsi, andare in giro con il suo passo incerto: e poi quegli altri animali così; diversi da lei che non aveva mai visto prima: quel transatlantico di Claretta (una maialona che non è diventata prosciutto), i caproni, i cani, le oche, e quei ragazzi che venivano a portare il cibo, che non facevano mai mancare l'acqua, che davano una pulita, ...mica come dov'era prima che se ne fregavano di tutto. Anche quella ragazza bruna veniva a farle delle punture, come succedeva là, ma era tutta un'altra musica: per quanto fosse abituata non le piaceva farsi sbucherellare, ma qui c'erano le carezze e le parole dolci, e poco alla volta anche lei aveva imparato a fare come tutti gatti quando sono contenti: a sei anni aveva imparato a fare le fusa.

Robi e le altre furono salvate grazie all'impegno di alcuni attivisti, dopo defatiganti, infinite trattative condotte sempre sul filo della rottura; furono portate fuori e affidate a un rifugio per la riabilitazione e di lì, dopo le prime cure, date in affido. Non era stato facile trovare persone che potessero e volessero prendersi cura di gatte difficili, cuccioli di sei anni, con una malattia infettiva che non avrebbe forse lasciato loro molto da vivere.

Quella volta ne salvarono una dozzina: niente; solo in questo paese ogni anno quasi un milione di animali (cavie, topi, ratti, cani, gatti, pecore, scimmie....) vengono messi al mondo o catturati in natura per essere rinchiusi in gabbia, usati per esperimenti spesso senza anestesia e alla fine soppressi.

Robi è qui vicino a me, che passeggia sulla tastiera avanti e indietro e con la sua codina striminzita mi fa sempre cadere gli occhiali; tossisce, ha il naso che le cola, ma mi fa le fusa tutta contenta. La guardo, e in quello sguardo ci sono gli sguardi delle migliaia di animali che ogni giorno vengono infettati, avvelenati fino alla morte, maltrattati e umiliati; ascolto il suo respiro affannato, e sento lo squittire, il guaire, i miagolii di tutti quelli che sono ancora la dentro e non ne usciranno mai.

Anche se oggi sono relativamente rari gli orrori descritti in tanti libri, pensate solo al Febo di Malaparte, la sperimentazione animale resta un qualcosa di atroce, un prezzo altissimo pagato al progresso medico scientifico. Si possono chiudere gli stabulari e fare ricerca senza sacrificare animali? Ad oggi, e lo dico a malincuore, credo di no; ma allo stesso tempo credo che si facciano ancora troppi studi con uso di animali che si potrebbero evitare, dove si potrebbero applicare altri metodi, dove con un setting più attento si potrebbe ridurre il numero di soggetti, impiegare specie meno sviluppate e sensibili, ridurre le sofferenze: insomma le 3R.
Se oggi c'è una maggiore sensibilità, e se non si usano più gli animali con la disinvoltra di un tempo una parte del merito va riconosciuto al movimento antivivisezionista, che con tutti i suoi errori, gli eccessi e le schematizzazioni ha squarciato il velo su quel mondo chiuso, ha contribuito a sviluppare un seppur timido rispetto verso quegli animali il cui involontario sacrificio è stato indispensabile al progresso della ricerca.

Due storie diverse: Cenerino e Tigrotto...

Due storie diverse: una per il momento andata bene e un'altra no. Raccontiamo prima quella bella perché il lieto fine non è certo la norma in questo "mestiere".

Cenerino e' arrivato qui circa 9 mesi fa: provenienza "veterinari" come scritto sul database. È il solito caso del gatto FIV o FeLV (lui è FIV), malandato, che nessuno vuole più curare e quindi da Tanax. Uno dei tanti che si beccano il farmaco che funziona sempre. Lui aveva una bocca "da schifo" (termine poco scientifico che però rende l'idea), una pancreatite, un 24 di ematocrito quindi perfettamente nei "reference range" della Cincia ...e pure un po' scontroso se non proprio antipatico. In questi mesi aveva tirato avanti tra alti e bassi: qualche giorno di ricovero quando stava male, poi di nuovo a casa. Fino all'ultima volta quando anche le solite terapie di sostegno, i soliti antibiotici e le soliti fluidi non erano servite a nulla. Era dimagrito in modo vistoso, e stavolta era preso anche il fegato: urine giallo fosforescenti e infatti 3 di bilirubina.

Lo porto a casa con l'intenzione questa volta di piantarla lì: farlo morire tranquillo, perché non aveva davvero più senso.

Una sera, senza nessuna convinzione (e nessuna indicazione specifica), si valuta di provare un nuovo antibiotico: un fluorochinolone di nuova generazione. Ci stava il FIV, come pure un'infezione batterica a carico del fegato: provare, a qual punto non costava nulla. Dopo un paio di giorni lo vedo che mangiucchia due crocchette, il giorno dopo si interessa all'umido e dai e dai, nel giro di qualche giorno, quel cadaverino chiedeva il cibo e lo mangiava di gusto... Facciamo passare un paio di settimane e controlliamo di nuovo la bilirubina: uno e qualcosa. Sempre tantino visto che il massimo è 0.2 ma decisamente meglio. Abbastanza da provarci con un'anestesia per sistemare quella bocca. Pulizia e tre denti tolti (con le radici... importante). È andata bene. Oggi continua a mangiare, è relativamente vivace e pian piano sta riprendendo peso. Poi magari, vista la pessima compagnia, si beccherà pure il FelV... ma intanto è vivo.

Importante: i denti non vanno mai sottovalutati: spesso si tratta di infezioni locali che possono raggiungere altri distretti e assumere un carattere sistemico; altre volte si tratta di gengivostomatiti croniche che possono essere affrontate solo con l'estrazione totale. Non sempre si ha una guarigione completa ma l'altro approccio con antibiotici, cortisonici e antinfiammatori è inutile e, se protratto nel tempo può avere effetti collaterali importanti. Però attenzione: si tratta di un intervento specialistico che deve essere eseguito da un chirurgo specializzato in odontostomatologia: evitate soluzioni "al risparmio" perché a quel punto è davvero meglio la terapia medica.

Tigrotto: provenienza "ritrovamenti". Ce l'ha portato una signora di qui che già conoscevamo che era riuscita a prendere questo randagio che aveva un occhio completamente distrutto. Aveva tutta l'orbita infetta e necrotica, disidratato da paura, le mandibole anchilosate da una lisi ossea probabilmente riconducibile a quel processo infettivo che di certo "lavorava" da tempo. Una volta stabilizzato e idratato va in chirurgia per chiudere quell'orbita (l'occhio non c'era più). Cosa non facilissima tanto che gli avevano dovuto "tirare" la pelle ed era rimasto con labbro un po' sollevato. Anche l'altro occhio era partito, ma pazienza. Ovviamente tra intervento e mandibola anchilosata di suo non mangiava e quindi e' stato "sondinato" (si applica un sondino esofageo e lo si alimenta tramite una siringa applicata al tubicino che va nello stomaco). Viene a casa e andiamo avanti con questa cosa per un paio di settimane...
Poi peggiora, va in ipotermia; gli esami indicano una forte leucocitosi; una lastra evidenzia che l'infezione è arrivata ad intaccare le ossa del cranio. Si cambiano antibiotici, terapia medica, le solite cose... Sembra migliorare. I bianchi scendono un po' e lui è piu' vigile, meno abbattuto. Adesso lo imboccano con la siringa (il sondino è stato tolto) e manifesta qualche accenno di interesse al cibo. L'occhio è ormai guarito e qualche piccola speranza c'è...
L'altro giorno ero andato in clinica a trovarlo e lui comincia col suo miagolio strano, che semprava un vocalizzo. Lo tiro fuori dalla gabbia ...e mi muore tra le braccia... Questa volta era davvero un vocalizzo agonico.

Sì, avessi fatto l'eutanasia subito sarebbe stato meglio. Questo però lo puoi sapere "solo" dopo.
Tigrotto l'aveva trovato una signora di qui che avevo conosciuto quando Cercocasa, un bravissimo selvaticone aveva preso il vizio di scappare e andare sempre da lei. Ci teneva un sacco anche lei a Tigrotto e succede di rado.

Due storie legate da uno stesso filo: il provarci. Nel rispetto dell'animale e di come loro possono vivere cure, manipolazioni e ricoveri ma allo stesso tempo nel considerare la loro vita importante ed unica come lo è per tutti. E fare il possibile per salvarli. Sapendo che tante volte si sbaglia.

Ciao Tigrotto, non ho nemmeno una foto ...ma che importa...

Eluanina

Delle persone portano in clinica una gattina che hanno trovato investita. Ha un trauma cranico gravissimo, contusione polmonare, la frattura del bacino e una lussazione sacro-coccigea. La situazione neurologica peggiora, il sospetto di un ematoma intracranico è forte, ma comprensibilmente chi l'ha soccorso si assume il carico economico delle prestazioni di pronto soccorso e dei primi accertamenti ematologici e radiografici, non certo dei costi di una TAC e di una eventuale chirurgia intracranica. È un gatto che lascia poche speranze anche perché non respira autonomamente.

L'unica é il coma farmacologico, l'intubazione, la respirazione assistita e la terapia medica per l'edema celebrale, ma in casi gravi come questo c'è una probabilità altissima, quasi una certezza statistica, di seri danni permanenti.

Giulia aveva già pronto l'anestetico... era la soluzione più giusta e umana in questi casi. In quel preciso momento, e non è un film ma è andata proprio così, arriva Davide per il cambio turno... Davide lo conosciamo, è un matto :) prima ancora che un bravo medico di terapia intensiva. E da matto... vuole provarci.

La micia viene sedata, intubata e mantenuta in ventilazione, in flebo con cateterismo intraosseo (per l'impossibilità di avere altri accessi venosi) poi, dopo oltre 10 ore, si prova a farla respirare da sola... e respira. Ha convulsioni, non si regge in piedi, non vede, non urina...

La prima volta che l'ho vista, dopo qualche giorno, aveva la flebo (normale...), il sondino naso-gastrico per alimentarla, ma non si reggeva in piedi... Mi sono chiesto, io che voglio sempre "provarci", che non voglio mai rassegnarmi all'eutanasia... che senso avesse.... Che senso poteva avere farla vivere in quelle condizioni?

Passano i giorni, e una sera me la fa vedere che cammina... poi la rivedo senza sondino... che mangia da sola... che comincia a fare un pò' di pipì... che non è più completamente cieca ma solo fortemente ipovedente.

L'ha chiamata Eluana... perché il suo stato ricordava troppo quell'Eluana (umana) che una pervicace, gretta ideologia ha condannato a una agonia di 17 anni. Quel nome, lì; per lì mi e' sembrato quasi uno sberleffo a quella povera ragazza ridotta in stato vegetativo nel fiore dei suoi anni.

Ora si può sciogliere la prognosi di Eluanina e possiamo dire che ce la farà, che ritornerà a vivere una normale vita da gatta.

L'Eluana umana non ce l'ha fatta, la piccola selvatichina sì. Quel nome è giusto... l'ho capito dopo che non è un offesa ai tanti che il destino ha condannato, ma un grido di speranza per tutti quelli che possono, che potrebbero farcela.

Giulia non stava sbagliando, ma Davide ha fatto la cosa giusta: ci ha provato, e questa volta è andata bene. Altre volte no, come con Sordina2 che non ha avuto la stessa fortuna. Ha fatto la cosa giusta perché ha fatto tutto il possibile per salvarla, altra cosa se si fosse ostinato a mantenerla in vita ad ogni costo: quello sarebbe stato egoismo e presunzione.

Ma quello che ha fatto, no. Ha fatto il medico. Grazie...matto... :)

Oggi, nel 2019, a cinque anni da allora, eccola qui!

Mao Vincent

La storia di Mao Vincent inizia per noi con una mail, tra le tante che si ricevono, in cui si chiedeva aiuto per questo gattino. Per noi sarebbe stato difficile accoglierlo, ma sopratutto non sarebbe stato il posto migliore per lui.

Sonia l'aveva trovato sotto casa sanguinante ed in fin di vita perché preso a bastonate quando aveva circa due mesi. Aveva subito un grave trauma al bacino e non riusciva né ad urinare né a defecare... e nemmeno a camminare.

È stato curato, e bene, per lunghi mesi e pian piano è migliorato. I gatti giovani hanno grndissime capacità di recupero e lui lo ha dimostrato alla grande. Trovargli una sistemazione non è stato facile ma alla fine ha trovato questa casa e come potete vedere si è ambientato alla grande.
Il brutto anatroccolo è divento principe... e ha trovato pure una reggia :-)

Ciao, Sordina2

Quest'altra "sordina" era arrivata nella colonia di una fabbrica vicina a dove lavoro nel giugno scorso con un carcinoma in stato avanzato che gli stava letteralmente mangiando un orecchio. Abbiamo fatto non so quanti tentativi per catturarla nella speranza che fosse ancora operabile. Alla fine ci siamo riusciti e l'operazione è andata bene.

La decisione se rimetterla in colonia o tenerla assieme agli altri non è stata facile: era una selvatica, quello era il suo ambiente, poteva sempre scappare in qualche modo ed era quindi giusto così...
Dopo qualche tempo quella fabbrica ha chiuso, il custode di una fabbrica vicina si è reso disponibile ad accogliere la colonia, a mettere delle cuccette e a dargli da mangiare. Sordina e gli altri dovevano spostarsi solo di poche decine di metri.

Si era ripresa benissimo dall'intervento, la loro fabbrica era adiacente al posto in cui lavoravo, lì c'era un'altra piccola colonia e lei si faceva vedere sempre più sovente. Tante volte i colleghi che la vedevano così senza orecchie mi chiedevano preoccupati se sapevo cosa gli fosse successo, se qualcuno gli aveva fatto del male. "No, è stata operata..." li rassicuravo raccontando loro la storia. Sordina2 era diventata la prima donna della colonia :-)

Quel tipo di tumore alle orecchie, se lo predi all'inizio si controlla facilmente: si toglie tutto o in parte il padiglione auricolare e i rischi di recidiva sono bassi. Non era però il suo caso che ha dovuto subire l'asportazione dell'orecchio interno con un margine davvero minimo. E la recidiva, puntuale, è arrivata: è cominciata a dimagrire e negli ultimi tempi era davvero in condizioni penose. Quando hai a che fare con un selvatico è ancora più difficile... Alla fine l'abbiamo presa, o meglio si èfatta prendere. Aveva fame, si buttava sul cibo ma non riusciva a mangiare.

Quando sono arrivato in clinica, così magra e senza orecchie qualcuno l'ha presa per un furetto. Non avevo molte speranze. Poi è stata brava, si è fatta pulire l'infezione, si è lasciata mettere cannula e sondino per l'alimentazione: a volte, anche se non sempre, i selvatici sono così: quando stanno male diventano dei pazienti bravissimi. Gli esami erano buoni, ha risposto bene alle cure, la sindrome di Horner (un'infiammazione ai nervi dell'occhio) era sparita in un paio di giorni. C'era una minima speranza che non si trattasse di una recidiva o che si potesse ancora tentare una radioterapia.

La situazione era stabile, il giorno successivo era in programma un citologico. Tutto bene. Poi, due o tre ore dopo, mi chiamano per dirmi che è morta...
Ciao, piccola...

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